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INFLUENCER E PANDORI!!

Quando si integra la beneficenza nella vendita di un prodotto si gioca su un complesso tessuto di reazioni psicologiche e neurologiche nei consumatori. Questa strategia si appoggia all’idea che contribuire a una causa benefica non è solo un atto di generosità, ma può stimolare una sensazione di soddisfazione e felicità nell’individuo. Nel momento in cui una persona acquista un prodotto legato a un fine benefico, il cervello può rilasciare neurotrasmettitori come la dopamina, che generano una sensazione di piacere e benessere.

Si verifica anche un fenomeno di identificazione con la causa: acquistare un prodotto associato a una campagna benefica permette ai consumatori di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di essere protagonisti di un cambiamento positivo. Questo non solo aumenta l’attrattività del prodotto, ma può anche migliorare l’immagine del marchio, attribuendogli valori positivi e etici.

Un’altra dinamica in gioco è quella emotiva. Le decisioni di acquisto, in questi casi, sono spesso guidate più dalle emozioni che dalla razionalità. La prospettiva di contribuire a una buona causa può offuscare altri fattori come il prezzo o la qualità del prodotto, spingendo il consumatore verso scelte che sente eticamente giuste e moralmente soddisfacenti.

Inoltre, la partecipazione a iniziative benefiche permette ai consumatori di allineare i propri acquisti con i propri valori personali. In un’era dove il consumo consapevole e responsabile è sempre più valorizzato, questa strategia può risonare fortemente con un pubblico che cerca di coniugare le proprie abitudini di consumo con un impatto sociale positivo.

In definitiva, l’inserimento della beneficenza nelle strategie di vendita tocca corde profonde nell’animo umano, sfruttando la naturale inclinazione verso il mito dell’ altruismo e il desiderio di contribuire a migliorare il mondo, anche attraverso le scelte di consumo quotidiane.

La mia prospettiva sull’altruismo è in linea con una visione più psicologica/filosofica, spesso chiamata “altruismo egoista” o “altruismo reciproco”. Secondo questa visione, le azioni altruistiche non sono prive di interesse personale, ma sono intraprese anche per ottenere una qualche forma di soddisfazione o beneficio personale di qualunque natura.

In questo contesto, quando una persona compie un atto di generosità o beneficenza, lo fa non solo per aiutare gli altri, ma primariamente per provare sensazioni positive, come felicità, orgoglio o soddisfazione personale. L’ altruismo deve comunque essere considerato valido e prezioso, poiché gli atti benefici vengono comunque compiuti, indipendentemente dalla motivazione soggettiva e poco importa a chi riceve sul perchè riceve.

La psicologia moderna riconosce che le motivazioni umane sono complesse e spesso intrecciate. La ricerca di soddisfazione personale attraverso atti altruistici non diminuisce necessariamente il valore o l’efficacia di tali azioni. Anzi, può essere un potente motore per promuovere comportamenti prosociali.

In ultima analisi, che l’altruismo sia motivato da desideri interni o da un genuino interesse per il benessere altrui, il risultato è comunque positivo, sia per chi compie l’azione che per chi ne beneficia.

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