Attività fisica e depressione

By: Dott.ssa Rita Brancaglione

L’associazione tra attività fisica e benessere mentale è nota da tempo, ma è solo negli ultimi anni che la letteratura scientifica ha iniziato a trattarla con il rigore riservato ai veri interventi terapeutici. Non si parla più solo di beneficio collaterale o di lifestyle, ma di una strategia clinica con effetti misurabili sui sintomi della depressione. Una revisione pubblicata nel Cochrane Database of Systematic Reviews (2024) ha analizzato 73 studi su più di 5.000 adulti con diagnosi depressiva, mostrando che l’attività fisica regolare produce un miglioramento clinico paragonabile a quello ottenuto con la psicoterapia cognitivo-comportamentale. E non si tratta di piccoli miglioramenti soggettivi: i dati mostrano una riduzione significativa della sintomatologia depressiva, con un’efficacia che si mantiene nel medio termine, in assenza di effetti collaterali. La stessa revisione suggerisce un possibile effetto comparabile anche agli antidepressivi, sebbene con evidenze più limitate sul piano statistico. Ma è già sufficiente per porre una domanda scomoda: perché non trattiamo il movimento come una vera prescrizione?

La risposta sta forse nel pregiudizio culturale che separa mente e corpo come se fossero due entità autonome. Ma la psichiatria contemporanea sa bene che questa dicotomia è insostenibile. Studi di neurobiologia affettiva (come quelli di R. Sapolsky e L. Nadel) hanno mostrato che il movimento agisce direttamente sui circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione dell’umore, aumentando la disponibilità di neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e noradrenalina, esattamente come fanno gli SSRI. In parallelo, l’attività fisica riduce l’infiammazione sistemica e abbassa i livelli di cortisolo, due marker biologici frequentemente alterati nei disturbi dell’umore. Ma l’effetto non è solo biochimico: coinvolge anche il senso di autoefficacia, la percezione di controllo, la motivazione comportamentale, tutti elementi centrali nella formulazione cognitivo-comportamentale della depressione.

L’evidenza clinica suggerisce che l’efficacia è maggiore con attività di intensità moderata, strutturate in programmi stabili e non episodici. I risultati più consistenti si osservano in esercizi misti e nell’allenamento contro resistenza, rispetto ai soli esercizi aerobici. Ma più della tipologia conta la regolarità. E conta la visione con cui viene proposta: non come tentativo generico di “sentirsi meglio”, ma come parte integrante di un piano terapeutico pensato, condiviso, monitorato.

Nel modello di terapia cognitivo-comportamentale che applichiamo in PSYCHE’, l’attivazione comportamentale è una componente chiave per uscire dall’inerzia depressiva. Ma non è solo un esercizio di volontà: è una strategia per interrompere il ciclo di evitamento, isolamento e auto-colpevolizzazione che alimenta il disturbo. Integrare l’attività fisica significa quindi agire sul versante neurobiologico, cognitivo e comportamentale in modo sinergico. È questo il senso della terapia: un’alleanza strategica tra diversi livelli di intervento.

Parliamo spesso di “trattamenti basati sull’evidenza”. L’evidenza è chiara: il movimento funziona. Non è tutto, ma è parte integrante di qualsiasi percorso serio di cura della depressione. Ignorarlo oggi significa restare ancorati a una visione monodimensionale della sofferenza psichica, che non ha più ragione di esistere.

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