Talento

Uscire rafforzati da ciò che pensiamo ci abbia indeboliti

Sembra difficile dopo lo stop Covid,  la ripartenza degli allenamenti per gli atleti ma anche del lavoro e della vita delle persone. Certo non è difficile ricominciare a farlo praticamente; è sufficiente prendere la borsa, gli attezzi, andare e fare. Quindi nessuna difficoltà pratica! Il problema è nella motivazione che sottende all’ intenzionalità dell’ azione. Pare che la totale assenza di gare, di prospettive  di qualsiasi livello in ogni sport, nel lavoro, nella vita ,nel medio lungo periodo ,insista negativamente sulla capacità di trovare forte motivazione  e quindi intensità nelle attività. Cosa intendo per intensita? Un attenzione pienamente dedicata, intenzionale e continuativa  a ciò che si sta facendo,  l’esservi immersi con atteggiamento non giudicante.  Be’ sembra che questa caratteristica sia difficile da esprimere oggi , momento in cui invece occorre concentrarsi ancora di più sul tempo presente data anche la totale incertezza più o meno giustificata del futuro. In verità affermo che un gran numero di atleti e persone hanno questa difficoltà più o meno sempre e purtroppo non prestano sufficiente attenzione a questo per tentare di migliorare ma adesso pare che questa difficoltà sia accentuata o forse ne sono più coscienti , il che sarebbe anche un bene se sapessero come gestire questa condizione. Ma perchè , come molti mi hanno detto, l’ assenza di gare o altro nel futuro  e quindi di programmazione in tal senso ,riduce la motivazione o la cancella del tutto? La risposta è che la maggior parte degli atleti e delle persone non hanno la motivazione giusta, non hanno cioè una motivazione pienamente intrinseca, non si allenano o lavorano o vivono per il puro piacere di farlo ma vivono l’ allenamento, il lavoro, la vita  in funzione esclusiva di vantaggi secondari, motivo per cui quasi subiscono ciò che sono tornati a fare e soprattutto hanno la mente invasa da incertezza sul futuro su cui non si può, non possono fare niente. Le persone pensano troppo al futuro, di solito in modo negativo. Rimuginano, la mente vaga su cose del futuro con umore negativo e si occupano troppo, ….troppo poco di oggi.  Si certo ….mi direte: ma tutti vogliono competere , misurarsi, provare a vincere o perlomeno battere qualche avversario e  anche guadagnare del denaro con lo sport o con il lavoro o averlo per andare in vacanza o altro. Ok! Ma fate attenzione. Io non nego l’ importanza dei vantaggi secondari e dei problemi che la nostra mente ci propone relativamente al futuro ma faccio un sottile distinguo tra quegli atleti o quelle persone che fanno le cose per il proprio piacere e coloro che lo fanno solo in virtù di un vantaggio secondario di qualunque tipo esso sia e che peraltro in questo momento non si vede. I primi a differenza dei secondi hanno una visone separata, totalmente separata, tra il piacere allo stato puro e ciò che secondariamente può derivare dal fare qualcosa, non vedono la loro azione determinata esclusivamente dai benefici secondari, non subiscono attaccamenti, in loro certi stati non sono così adesivi a idee preconcetti pensieri sul futuro. Certo sono interessati a vincere a guadagnare a battere gli avversari, a lavorare , ad essere in forma per andare in vacanza ma vivono con distacco queste aspettativa, lasciano passare ed andare questi pensieri  riportandosi su oggi e ciò che primariamente li muove è un atteggiamento di piacere, di ricerca del meglio in tutti gli ambiti del loro sport o lavoro o semplicemente di tutta la loro vita. I secondi, coloro che vedono ciò che fanno unicamente come mezzo e non come fine che produce in modo (percepito) disgiunto altri vantaggi, fanno fatica a fare le cose bene oggi nel momento in cui si trovano, non prestano una attenzione volontaria e non giudicante a ciò che fanno perchè non percepiscono l’ alta qualità della cosa in se .

E’ molto importante poter osservare questa situazione perchè permette a chi la comprende, a chi ci ragiona di poter provare ad immergersi pienamente nell’ esperienza di oggi dove quindi l’ incertezza del futuro può essere vista come un fattore facilitatore per questo nuovo atteggiamento dato che di certo in questo momento più di sempre c’è solo oggi.

Penso che chi sarà capace di elaborare questi concetti e in conseguenza  provare ad immergersi nella dimensione dell’ “adesso” uscirà più forte nel senso che gli sarà più facile avere una attenzione intenzionale e dirigerla quando le cose torneranno alla così detta normalità in cui comunque come sempre non ci sarà mai certezza piena del futuro.  Possiamo pero’ aver costruito maggior  certezza della nostra “forza”.

 

possibili sottotitoli in Italiano

Leadership: un leader con Intelligenza Emotiva

Daniel Goleman: massima autorità mondiale nel settore

Procastinazione positiva!

Intelligenza Emotiva: Il test del Marshmallow

Intelligenza Emotiva

Daniel Goleman ha dimostrato che molto più di un alto  Quoziente di Intelligenza ciò che conta per aver successo nella vita è un alto QE, cioè un alto Quoziente Emotivo.

Una caratteristica fondamentale è la capacità di resistere ad un vantaggio immediato in vista di un più grande vantaggio futuro.

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ALLENATORI EFFICACI

Contributo dell’allenatore allo sviluppo del mantenimento dell’auto efficacia

tratto dal mio libro: Performance – PM edizioni

https://www.pmedizioni.it/prodotto/performance/

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La qualità della leadership contribuisce in varia misura al morale e alle prestazioni della vita . Mentre inizialmente la leadership era concepita come un prodotto di tratti di personalità successivamente questa visione è stata cambiata con l’idea che la leadership sia il prodotto di un’ interazione di tratti e situazioni. Di fatto gli allenatori efficaci possono avere stili molto diversi ma ciò che li accomuna è una notevole efficacia in quanto tutto quello che fanno è fonte di motivazione. Possiedono una particolare capacità nello sviluppare il talento degli atleti e per far si che questi ultimi abbiano fiducia in se stessi e diano sempre il meglio delle loro capacità sia quando le cose non vanno bene sia quando vanno bene. Lo sviluppo e il mantenimento di un senso di efficacia resiliente negli atleti dipende quindi molto dalla capacità manageriale degli allenatori e non si tratta di motivare con inefficaci, generici discorsi  di incitamento , di incoraggiamento.  Quello che serve è un processo di padroneggiamento della prestazione guidato da un allenatore ,in cui si tende a ridurre lo scoraggiamento per le difficoltà dando rilievo ai miglioramenti personali e poco peso alle vittorie e alle sconfitte. Il miglioramento è controllabile personalmente mentre la possibilità di vincere non lo è altrettanto. Il fatto di concentrarsi su ciò che gli atleti possono controllare personalmente fornisce indicazioni concrete riguardo agli aspetti su cui lavorare. Gli allenatori efficaci guidano lo sviluppo dell’efficacia atletica anche modellando un atteggiamento di fiducia nonché dando feedback  positivi su come migliorare la prestazione. Il feedback sulle prestazioni inadeguate dovrebbe contenere molte istruzioni utili per migliorare . È ovvio che porre attenzione sugli aspetti positivi non vuole dire ridurre le aspettative o ricompensare prestazioni inadeguate .  Gli allenatori efficaci si aspettano molto dagli atleti sul piano qualitativo e forniscono tutti i sostegni di cui c’è bisogno per migliorare progressivamente. Gli allenatori che sanno come sviluppare il senso d’efficacia strutturano i compiti in modo che il successo sia garantito e quindi  evitano  di porre prematuramente gli atleti in situazioni in cui probabilmente andrebbero incontro a un insuccesso. Quando gli atleti sviluppano sicurezza nelle proprie capacità devono essere introdotti gradualmente in situazioni di pressione in cui è difficile ma non impossibile dare il meglio delle proprie capacità. Nel processo che porta allo sviluppo di una efficacia resiliente gli atleti devono imparare ad affrontare gli insuccessi e gli allenatori efficaci non considerano irrecuperabili gli atleti che si trovano in difficoltà ma al contrario danno il loro sostegno e offrono opportunità per apprendere le modalità per uscire dalla crisi. Conservando fiducia nella capacità degli atleti  di fare bene, gli allenatori danno un contributo fondamentale nell’alleggerire una buona parte della pressione negativa  che disturba gli atleti. È chiaro che la pazienza istruttiva funziona bene solo se gli allenatori non introducono poi prematuramente gli atleti in situazioni in cui essi si affannano senza ottenere nulla e quindi si squilibrano. Se gli atleti  vengono tagliati in maniera precipitosa quando sono in difficoltà il loro senso di efficacia si indebolisce e perdono buone opportunità per imparare a riprendersi e noi perdiamo buoni atleti. Il fatto che il senso di autoefficacia si indebolisca aumenta la  probabilità di cedere in condizioni di pressione quindi gli atleti devono imparare a lasciare gli errori alle spalle in modo da non lasciarsi intralciare da processi cognitivi che rischiano di peggiorare le prestazioni successive. Non dedichiamo abbastanza tempo a questo e anzi in genere nella mia esperienza mi imbatto molto spesso nel contrario , ovvero l’ “elogio” dell’ errore. Le strategie cognitive dirette a sviluppare capacità di recupero non devono  essere intese, banalmente,  come mezzi per imparare a essere contenti delle sconfitte ma  si tratta , piuttosto, di  imparare a non abbattersi negli errori in modo da poter gestire meglio le situazioni difficili quando le incontreremo nuovamente. Gli allenatori che non perdono fiducia nelle capacità degli atleti quando essi sono alle prese con le  difficoltà in un momento di crisi attutiscono l’impatto negativo sul senso di efficacia personale degli insuccessi ripetuti. Sono le difficoltà che portano spesso l’ allenatore a perdere fiducia nell’ atleta e questo poi  ha un effetto devastante sull’efficacia personale dello stesso. Invece un allenatore capace di mantenere la pazienza e capace di continuare a essere un sostegno è particolarmente importante in quegli sport dove lo sviluppo richiede molto tempo. Succede che qualche atleta giovane arrivi molto prematuramente alla ribalta per essere poi rispedito in livelli più bassi ed è probabile che l’impatto di tali esperienze sulle convinzioni di auto efficacia dipenda in gran parte dal modo in cui l’atleta stesso interpreta questa sua retrocessione ovvero se la considera un segno di inadeguatezza personale o una prova della necessità di sviluppare ulteriormente delle abilità acquisibili. E’ il secondo tipo di interpretazione che favorisce la resilienza dell’auto efficacia di fronte alle pressioni sconcertanti. C’ è poi la questione del talento innato contrapposto ad abilità acquisibili che si  ripresenta nel modo in cui gli altri giudicano le capacità degli atleti. Spesso i commentatori , che non tacciono mai abbastanza , sono inclini ad ascrivere le prestazioni dei campioni al loro talento naturale come se le abilità sportive  fossero biologicamente determinate, questo è un antico credo ancora molto diffuso. Ovviamente risultati sportivi dipendono anche da alcuni elementi di cui un individuo è dotato ma la loro flessibilità in situazioni più complesse non è certo una dotazione. Tale flessibilità   deve  essere coltivata in  allenamento e sostenuta  da convinzioni di efficacia personale. Tutti gli studi sulle caratteristiche che distinguono gli atleti di spicco dai loro colleghi meno illustri non danno sufficiente spazio allo straordinario e disciplinato esercizio che è necessario compiere. Gli allenatori devono essere creativi e  gestire   il processo di sviluppo delle convinzioni di efficacia degli atleti   strutturando  esperienze di padroneggiamento ma confrontandosi con situazioni  che permettono di  mettere a frutto nel modo migliore le caratteristiche dei loro atleti. Certo la sfida più intrigante per un allenatore è rappresentata dal prendere con se  dei perdenti   e  trasformarli  in vincitori. C’è una bella differenza tra vincere sviluppando le doti  degli atleti e vincere avendo già atleti esperti.

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RESILIENZA

Resilienza: rialzarsi, più forti di prima

La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno e di riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante le situazioni difficili

La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo. 

“ciò che non lo uccide, lo rende più forte”

(Friedrich Nietzsche)

Resilienza | gecolife

Resilienza nella storia

Fin dalle epoche più remote, gli esseri umani si sono distinti per la capacità di sopravvivere a disastri naturali, guerre, e a ogni sorta di carestia o malattia. Ciò è stato possibile perchè l’uomo è “programmato” per resistere alle sventure, superarle, e convivere quotidianamente con lo stress, al punto che si potrebbe dire che l’abilità di combattere e rialzarsi  più forti di prima (piuttosto che la fragilità) è la regola nel mondo umano.

La necessità di combattere ha la sua ragion d’essere nell’inevitabilità delle sconfitte, delle delusioni e dei conflitti quotidiani, fino a quegli sconvolgimenti esistenziali, come una violenza o la perdita di una persona cara, che, spezzando un equilibrio preesistente, pongono colui che li ha subiti di fronte a una serie di interrogativi: Perché proprio a me? Che senso ha quanto mi è accaduto?

Domande da cui non è possibile sfuggire: solo cercando una risposta chiarificatrice, un senso, seppur a volte mai definitivamente compiuto, è possibile infatti ridefinire la propria sofferenza, che, al di là del dolore gratuito, può essere vista come un valore aggiunto, e fonte di maggiore sensibilità verso le bellezze dell’esistenza, nonchè per le sofferenze altrui.

Se è vero che certe ferite non si rimargineranno mai completamente, qualunque trauma, se non vissuto passivamente come punizione o negazione della felicità, può rappresentare, nel suo accadere repentino e imprevedibile, un’occasione di realizzazione superiore, al pari della condizione del cigno che si è sviluppato a partire dal brutto anatroccolo della nota favola di Andersen (Cyrulnik, 2002).

Le difficoltà quindi come opportunità, come sfida, che mobilita le proprie risorse, sia interne che esterne, una sfida dalla quale non ci si può esimere, in nome del raggiungimento di un equilibrio più funzionale.

Affrontare le inevitabili calamità della vita mette in moto un’abilità nota come resilienza, termine ripreso dall’ambito ingegneristico per indicare la capacità di un materiale di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi . La sua azione può essere paragonata a quella del nostro sistema immunitario chiamato a proteggerci dalle aggressioni esterne.

Definizione di Resilienza

La resilienza è in altri termini la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo. 

Essere resilienti non significa infatti solo saper opporsi alle pressioni dell’ambiente, ma implica una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, nonostante le crisi, e permette la costruzione, anzi la ricostruzione, di un percorso di vita. Si tratta di un dono inestimabile, che permette di superare le difficoltà, ma che non rende invincibili, e non è neppure presente sempre e comunque: possono infatti verificarsi momenti in cui le situazioni sono troppo pesanti da sopportare, generando un’instabilità più o meno duratura e pervasiva. Non esistono i Superman, e non si è dei supereroi per il solo fatto di essere stati resilienti in passato, anche se è indubbio che la forza delle battaglie superate predispone l’individuo a lottare con maggior consapevolezza (dei rischi assunti e della probabilità di riuscita).

Gli individui resilienti hanno, insomma, trovato in se stessi, nelle relazioni umane, e nei contesti di vita, quegli elementi di forza per superare le avversità, definiti fattori di protezione contrapposti ai fattori di rischio, che invece diminuiscono la capacità di sopportare il dolore.

Fattori di rischio per la Resilienza

Tra i fattori di rischio che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti, diminuendo la resilienza, secondo Werner e Smith (1982) troviamo i fattori emozionali (abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura), familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione), di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale).

Fattori protettivi per la Resilienza

Tra i fattori protettivi, invece, gli autori ne individuano di individuali e familiari. Tra i primi, l’essere primogenito, un buon temperamento, la sensibilità, l’autonomia, unita alla competenza sociale e comunicativa, l’autocontrollo, e la consapevolezza e fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi (locus of control interno). A questi si aggiunge una risorsa di estrema importanza: il comportamento “seduttivo”, che consente di essere benvoluti e di riconoscere e accettare gli aiuti che vengono offerti dall’esterno.

I fattori protettivi familiari comprendono l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita, la qualità delle relazioni tra genitori, il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo, la coerenza nelle regole, il supporto di parenti e vicini di casa, o comunque di figure di riferimento affettivo.

Esplorando i fattori protettivi, è possibile individuare cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza (Cantoni, 2014).

I 5 componenti che sviluppano la Resilienza

1. L’Ottimismo. La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).

2. L’autostima si accoppia all’ottimismo. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.

3. La Robustezza psicologica (Hardiness). Essa è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.

4. Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.

5. Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico. Parlare in termini di resilienza vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e superare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto, per cui non è più corretto ragionare dicendo per esempio: “E’ stato gravemente ferito, quindi è spacciato per tutta la vita!”

Il profilo della Resilienza

Se volessimo tracciare un profilo della persona resiliente, questa dovrebbe possedere le seguenti caratteristiche:

– Sopporta i dolori senza lamentarsi e regge le difficoltà senza disperarsi;

– Ha il coraggio di intraprendere con consapevolezza una via che sa essere tortuosa o, comunque, non la più semplice;

– Ama la vita per quello che è nel presente, e coltiva una propria spiritualità e virtù che moderano i timori di morte;

 Ricorda di essere esposta al pericolo in quanto mortale, e nel contempo affronta ciò che lo ostacola per cercare di superarlo con saggia audacia.

La teoria dell’autodeterminazione

Questa teoria nacque dagli studi sulla motivazione condotti negli anni settanta e ottanta del XX secolo dai ricercatori Edward L. Deci e Richard M. Ryan

Il concetto di autodeterminazione è stato usato spesso in contesti diplomatici e politici per descrivere il processo attraverso il quale una nazione afferma la propria indipendenza. Tuttavia, questo termine ha anche un significato molto più personale e riguarda la psicologia. È la capacità o l’azione di prendere le proprie decisioni e di controllare la propria vita. In questo senso, si tratta di un elemento essenziale per il benessere psicologico. La teoria dell’autodeterminazione sostiene che le persone sono motivate a crescere e a cambiare per bisogni psicologici innati.

La teoria dell’autodeterminazione individua tre bisogni psicologici innati e universali. Questi sono il bisogno di competenza, il bisogno di relazioni e il bisogno di aut. Anche la motivazione intrinseca ha un ruolo importante in questa teoria.

Il significato della teoria dell’autodeterminazione

La teoria dell’autodeterminazione riguarda la personalità, la motivazione umana e il funzionamento ottimale. Afferma che ci sono due tipi principali di motivazione quella intrinseca e quella estrinseca. Entrambe influiscono in grande misura su chi siamo e su come ci comportiamo.

Questa teoria nacque dagli studi sulla motivazione condotti negli anni settanta e ottanta del XX secolo dai ricercatori Edward L. Decy e Richard M. Ryan. Anche se è cresciuta e si è diffusa molto da allora, i principi di base della teoria provengono dal libro che Deci e Ryan pubblicarono nel 1985 sull’argomento.

Persona motivata braccio alzato

La prima ipotesi della teoria dell’autodeterminazione è che le persone sono «attività volte alla crescita». Affrontare le difficoltà e vivere nuove esperienze è essenziale per costruirsi un proprio significato. In questo senso, la teoria di Deci e Ryan sostiene che le persone agiscono motivate dal bisogno di crescere e ottenere soddisfazione.

Le persone sono motivate dalla promessa di ricompense esterne, come il denaro, i premi o il riconoscimento sociale (conosciuta come motivazione estrinseca). La teoria dell’autodeterminazione, però, si concentra soprattutto su fonti interne di motivazione, come il bisogno di acquisire conoscenza o indipendenza (conosciuta come motivazione intrinseca).

I tre bisogni psicologici della teoria dell’autodeterminazione

Secondo la teoria dell’autodeterminazione, le persone hanno bisogno dei seguenti elementi per ottenere una crescita psicologica:

  • Competenza: hanno bisogno di imparare dei lavori e di acquisire diverse abilità.
  • Relazioni: risulta necessario sentire un senso di appartenenza e di attaccamento ad altre persone.
  • Autonomia: dobbiamo sentire di avere il controllo dei nostri comportamenti e dei nostri obiettivi.

Deci e Ryan sostengono che, una volta ottenuti questi tre elementi, le persone diventano autodeterminate. Possono quindi sentirsi intrinsecamente motivate a cercare ciò che vogliono.

È importante sottolineare che la crescita psicologica descritta dalla teoria dell’autodeterminazione non avviene automaticamente. Anche se siamo orientati verso questa crescita, essa richiede anche un impegno costante. Secondo Deci e Ryan, il consenso sociale è essenziale. Attraverso le nostre relazioni e interazioni con gli altri, possiamo promuovere o contrastare il benessere e la crescita personale.

Motivazione e autodeterminazione

Secondo Deci e Ryan, la motivazione estrinseca nasce dall’interesse per ciò che è esterno. Le fonti di tale motivazione sono i sistemi di valutazione degli impiegati, i premi e i complimenti o il rispetto e l’ammirazione altrui.

La motivazione intrinseca, invece, viene dall’interno ed è associata all’attività in sé. Esistono degli impulsi interni che ci spingono a comportarci in un certo modo. A questi si aggiungono i nostri valori centrali, i nostri interessi e il nostro senso personale della moralità.

Teoria dell'autodeterminazione

La motivazione intrinseca e quella estrinseca possono sembrare opposte, con una condotta coerente con il nostro «Io ideale», da un lato, e una che ci porta a conformarci con gli standard altrui, dall’altro. Tuttavia, esiste un’altra distinzione importante delle motivazioni. Infatti, la teoria dell’autodeterminazione distingue la motivazione autonoma da quella controllata.

La motivazione autonoma comprende la motivazione che proviene da fonti interne, ma anche quella delle fonti estrinseche se l’individuo si è identificato con il valore di un’attività e sente che è in linea con l’immagine che vuole mostrare.

La motivazione controllata è composta da:

  • Una regolazione esterna. Un tipo di motivazione in cui il comportamento dell’individuo è guidato da ricompense o punizioni esterne.
  • Una regolazione interna. Motivazione che proviene da attività e valori in parte interiorizzati e motivi quali evitare l’imbarazzo, cercando l’approvazione e proteggendo l’ego.

Secondo la teoria dell’autodeterminazione, quando un individuo è spinto da una motivazione autonoma, si sente più indipendente. Quando l’individuo è spinto da una motivazione controllata, sentirà la pressione di doversi comportare in un certo modo e vivrà in poca o nessuna autonomia.

A CURA di

BIAS di Conferma e Falsificazione

Corona virus: punti di vista.

Coronavirus: bias cognitivi e narrazione del rischio. rivisitato Alle prime voci sul Coronavirus in molti hanno minimizzato come accede spesso.  Le persone si ammalano e muoiono e ciò che abbiamo interiorizzato  durante l’ evoluzione è che alla fine non possiamo farci niente Ma se accettiamo che HIV e Malaria causino rispettivamente 530.000 e 680.000 morti […]