Il ritorno di Federica…..

Scusate la crudezza dell’immagine ma senza si perde il senso e comunque e’ compensata dalla bellezza della gioventu’ nella prima .

Non potevo esimermi da un commento, perché probabilmente sono più attratto, o forse semplicemente più sensibile, a un’idea di vittoria che trascende l’arrivare primi a un traguardo. È per questo che gesti come quelli di Federica Brignone, e di altre atlete e atleti che hanno attraversato infortuni gravi, arresti improvvisi, lunghi stop e poi sono tornati a competere ad alto livello, mi colpiscono più di molte vittorie costruite lungo percorsi lineari. Lo sci è un ambito che seguo con particolare attenzione e coinvolgimento, anche per ragioni professionali, e forse proprio per questo certi rientri parlano più forte di molte classifiche. Tornare dopo dieci mesi da un infortunio importante, portandone ancora i segni evidenti sul corpo, e farlo mostrando subito qualità tecnica, solidità mentale e capacità di stare nella gara, non è un fatto scontato né un gesto simbolico. È una scelta precisa. Le due manche disputate, soprattutto la seconda, hanno chiarito che non si trattava di “esserci”, ma di esserci davvero. La commozione finale, il pianto trattenuto ma visibile, ha aggiunto inevitabilmente pathos a quel momento, non come elemento spettacolare, ma come espressione genuina della tensione accumulata e del peso psicologico di un percorso lungo e complesso. In quell’istante è emersa con chiarezza la dimensione umana di un’atleta che ha già vinto molto e che, proprio per questo, avrebbe potuto legittimamente fermarsi senza dover dimostrare nulla a nessuno. Ed è qui che il significato della prestazione si fa più interessante. Quando una carriera è già piena, il ritorno dopo un trauma così importante non risponde più a logiche di conferma o di riconoscimento esterno, ma a una motivazione interna, legata all’identità, al rapporto con il gesto sportivo e al senso personale della prestazione. Tornare senza garanzie, quando si potrebbe farne a meno, soprattutto per chi ha già dimostrato tutto, espone una qualità diversa della prestazione: meno visibile, meno immediatamente leggibile, ma, a mio avviso, più densa e più stratificata, spesso invisibile ai più. Non è la prestazione che cerca applausi o rivincite, ma quella che nasce da una decisione autonoma, non necessitata. È una forma di competenza psicologica profonda, che parla del rapporto con il limite, con il rischio e con il significato dell’agire sportivo. Questo vale nello sci, ma vale allo stesso modo nel calcio, nel tennis e in molti altri sport, dove i percorsi irregolari raccontano molto più di quelli lineari. Un atleta che vince seguendo una traiettoria continua è certamente efficace e ammirevole, ma chi si ferma, si ricostruisce e poi sceglie di tornare senza doverlo fare mostra una dimensione della prestazione meno appariscente e proprio per questo più autentica. È questo tipo di vittoria, silenziosa e strutturata, che continuo a trovare più stimolante, perché non parla solo di sport, ma del modo in cui le persone danno significato alle proprie scelte quando la logica del risultato, da sola, non basta più.

Hey, ciao 👋 Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere aggiornamenti sulle nostre attività nella tua casella di posta.

ricorda di confermare la tua iscrizione dalla tua mail. Non inviamo spam!

Hey, ciao 👋 Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere aggiornamenti sulle nostre attività nella tua casella di posta.

ricorda di confermare la tua iscrizione dalla tua mail. Non inviamo spam!