Prima di proseguire lungo il filo dell’analisi, vale la pena soffermarsi su due comportamenti specifici emersi dalle cronache e riportati dalla stampa. Comportamenti che, se letti dal punto di vista del comportamento sotto pressione, meritano un’attenzione diversa .
Il primo riguarda un ragazzo molto giovane che, al momento dell’innesco dell’incendio, scappa immediatamente. Intervistato, spiega il proprio gesto in modo disarmante nella sua semplicità: “mio padre mi ha cresciuto così”. Al di là della formula, ciò che colpisce è la presenza di un principio guida interiorizzato, una regola educativa chiara e immediatamente disponibile sotto choc. In quel momento non osserviamo panico né esitazione, ma una lettura rapida del pericolo e l’applicazione automatica di un criterio appreso: se senti odore di pericolo, ti allontani. Questo elemento, apparentemente banale, rompe il meccanismo di normalizzazione sociale e impedisce al soggetto di essere trascinato nella dinamica del gruppo.
Il secondo caso riguarda un ragazzo leggermente più grande che, secondo quanto riportato, mette in atto una serie di azioni concrete e coerenti: si copre il volto per proteggersi dal fumo, crea una via di uscita rompendo un vetro o una finestra e riesce a condurre all’esterno diverse persone. Anche qui il racconto mediatico tende a scivolare facilmente nel registro dell’eroismo, ma dal punto di vista comportamentale ciò che interessa non è il giudizio morale, bensì la qualità dell’azione sotto pressione. Questo soggetto resta nel contesto di pericolo, è vero, ma non in modo caotico o impulsivo. L’esecuzione suggerisce lucidità, presenza, una conoscenza minima ma funzionale del rischio e dei comportamenti protettivi. Il rischio corso esiste, ma appare calibrato, non cieco. Anche questa è una risposta adattiva.

Queste due reazioni, pur molto diverse nella forma, sono a mio avviso da considerarsi sullo stesso piano dal punto di vista del comportamento sotto pressione. Una è orientata alla fuga immediata, fight or flight, l’altra all’azione concreta di messa in sicurezza di sé e degli altri. In entrambe, ciò che manca è il CHOKE. In entrambe osserviamo una risposta orientata, pragmatica, fattiva, che segue lo choc senza scivolare nella cattiva lettura del contesto. Non si tratta di stabilire chi abbia fatto “meglio” o “peggio”, né di costruire modelli morali. Le situazioni reali sono sempre più complesse di quanto possano restituire poche righe di cronaca, e qualsiasi analisi seria richiederebbe di ascoltare direttamente i protagonisti, ricostruire i loro processi decisionali, capire cosa hanno visto, sentito, valutato. Proprio per questo è importante fermarsi qui, senza trasformare anche questi esempi in spiegazioni scolastiche buone per tutti. Ma, per quanto limitate, le informazioni disponibili indicano con chiarezza una cosa: quando esiste un principio interiorizzato, educativo o esperienziale, o una competenza minima sul rischio, il comportamento sotto pressione può restare adattivo anche in condizioni estreme. Ed è esattamente questo il punto che rende il discorso educativo centrale, non in chiave morale, ma in chiave preventiva.
Per una volta, su TheMentalCoach.it, vale la pena affrontare un tema che riguarda il comportamento “under pressure” partendo non dallo sport ma da un evento tragico reale, come l’incendio avvenuto a Crans-Montana. Un evento che ha immediatamente attivato il consueto meccanismo mediatico: spiegazioni rapide, analisi cliniche approssimative , concetti buoni per ogni occasione. Freezing, paralisi emotiva, negazione, dissociazione. Tutte categorie teoricamente corrette, tutte scientificamente esistenti, ma applicate in modo scolastico, come se bastasse appoggiare una griglia interpretativa standard su una realtà complessa per poter dire di averla capita. Il problema non è l’errore teorico, è la povertà contestuale. Quando la psicologia diventa decorazione narrativa perde la sua funzione principale, che non è spiegare per rassicurare, ma comprendere per prevenire.
Conviene allora fare un passo indietro e chiarire cosa intendiamo per choc. In senso psicologico, lo choc non è una risposta, ma un impatto improvviso che rompe l’equilibrio percettivo ed emotivo dell’organismo e impone un adattamento immediato. È l’irruzione di qualcosa che eccede le aspettative del sistema. Ma lo choc, di per sé, non dice nulla su come una persona reagirà. La risposta allo choc dipende dall’età, dall’esperienza, dal contesto sociale e culturale, dal grado di addestramento alla lettura del pericolo. Ed è qui che molte analisi si fermano troppo presto. Nei filmati iniziali di Crans-Montana non vediamo soggetti immobili o dissociati, vediamo ragazzi che guardano, filmano, commentano, provano perfino a intervenire. Non sono assenti, sono attivi. Ed è proprio questo che rende improprio parlare di paralisi. Qui non c’è un cervello che si blocca, c’è un cervello che non coglie la reale portata del rischio.
Per descrivere questa dinamica, il concetto più adeguato non è freezing, come espresso da alcuni, ma CHOKE under pressure. Nella letteratura recente sulla psicologia della prestazione, da Sian Beilock in poi, il choke descrive una condizione in cui la pressione non spegne il funzionamento cognitivo ma lo disorganizza, interferendo con la selezione delle priorità e delle risposte. Il soggetto resta vigile, cosciente, operativo, ma sceglie l’azione sbagliata nel momento critico. Non è panico, non è depressione, non è collasso emotivo. È una risposta inefficace che, mentre accade, appare perfino normale. Applicato a Crans-Montana, questo significa che quei ragazzi non erano terrorizzati al punto da non potersi muovere, erano mal orientati, e questo è molto più pericoloso, perché l’errore non viene riconosciuto come tale mentre si sta producendo.
A questo punto entra in gioco ciò che molte spiegazioni televisive ignorano o liquidano in poche parole: il profilo della popolazione coinvolta. Parliamo di una fascia d’età giovanissima, in alcuni casi minorenne. L’adolescenza e la prima età adulta sono fasi in cui la percezione del rischio è fisiologicamente attenuata, la valutazione delle conseguenze è ancora immatura e il senso di invulnerabilità è elevato. A questo si aggiunge la dinamica di gruppo, che sotto pressione diventa un potente regolatore del comportamento. In situazioni ambigue il cervello cerca conferme esterne e, nei giovani, il gruppo sostituisce rapidamente il giudizio individuale. Se nessuno scappa, non è ancora il momento. Se tutti osservano, osservare diventa la risposta corretta. Non c’è negazione consapevole, c’è normalizzazione sociale del pericolo. E poi c’è la cultura. Viviamo in una società che ha investito moltissimo nella sicurezza, nella protezione, nella riduzione del rischio quotidiano. È un segno di civiltà, ma produce anche un effetto collaterale: si addestra poco alla percezione del pericolo improvviso, non mediato, non lineare. Il telefono, in questo quadro, non è la causa ma il linguaggio. Riprendere non è necessariamente esibizionismo né difesa emotiva, è un riflesso appreso, una modalità standard di stare nella realtà. Nel choke under pressure il cervello si affida a ciò che conosce meglio, e oggi per molti giovani ciò che è più familiare è osservare e registrare, non interrompere e fuggire.
Il punto decisivo, spesso trascurato, è la non linearità del pericolo. Il fuoco non cresce gradualmente, non concede tempo di verifica, non avvisa. Passa in pochi istanti da gestibile a ingestibile. Il cervello umano, soprattutto se giovane e non addestrato, è notoriamente inefficace nel valutare fenomeni di questo tipo. Qui il choke si manifesta come ritardo di consapevolezza, come incapacità di riconoscere il punto di non ritorno. Ed è per questo che le spiegazioni “buone per tutto” non bastano. Funzionano nei teatri televisivi perché rassicurano e chiudono il discorso, ma servono poco se l’obiettivo è prevenire. Un’analisi seria del comportamento sotto pressione deve accettare una verità meno comoda: non sempre il problema è un cervello che si blocca, a volte è un cervello che non è stato educato a leggere il pericolo reale. Crans-Montana, allora, non racconta solo una tragedia, ma un limite culturale. Di una società che protegge molto e allena poco, e di una generazione che non è incosciente ma cognitivamente disarmata davanti a eventi che non concedono negoziazione. Parlare di choc e di CHOKE under pressure, in questo senso, non è un esercizio teorico né un attacco polemico, ma un invito a spostare il discorso dalla spiegazione facile alla responsabilità educativa, con meno slogan, meno morale e molta più precisione professionale.
