La fatica mentale invisibile: quando l’atleta si spegne senza accorgersene

Paolo Benini

Nel linguaggio sportivo, parlare di “fatica” significa quasi sempre evocare immagini del corpo: gambe pesanti, fiato corto, tensione muscolare, battiti accelerati. È la fatica tangibile, misurabile, quella che si può osservare e quantificare. Ma in realtà, la fatica è uno stato multifattoriale, una condizione globale che coinvolge simultaneamente dimensioni fisiche, cognitive ed emotive. È un’esperienza totalizzante, in cui corpo e mente non operano come compartimenti stagni, ma come un sistema interconnesso e integrato.

A volte è il corpo a cedere per primo, altre volte è la mente. Ma ogni volta che percepiamo fatica, ciò che sentiamo è una condizione unica, anche se tendiamo a scomporla per esigenze analitiche o operative. Così, parliamo di fatica fisica o mentale per comodità, per gestire i dati, per pianificare i carichi. Ma nell’esperienza vissuta dall’atleta, la fatica è una sola. Separarla rischia di diventare non solo fuorviante, ma anche dannoso.

Eppure, nel mondo sportivo, la fatica che riguarda la mente rimane spesso in secondo piano. Non fa rumore, non lascia tracce nei muscoli, non si rileva nei test da campo. E proprio per questo viene ignorata, sottovalutata, fraintesa. Invece è lì, agisce in profondità, e può determinare il successo o il fallimento della prestazione.

Quando il corpo può, ma la mente si è ritirata

La letteratura scientifica mostra che la fatica mentale indotta da compiti cognitivi prolungati può influenzare negativamente la prestazione di sportivi, non tanto attraverso cambiamenti diretti nei parametri fisiologici, quanto attraverso aumentata percezione dello sforzo, riduzione dell’attenzione e dell’efficienza decisionale. Queste evidenze sono emerse in studi sperimentali che hanno confrontato atleti esposti a compiti cognitivi impegnativi prima di prove fisiche con gruppi di controllo, rilevando peggioramenti nelle performance atletiche e nella precisione esecutiva, anche senza segni di affaticamento fisico diretto.

In altre parole, il corpo può ancora, ma la mente si è ritirata. E ciò che si vede in campo è un gesto tecnico svuotato, un’azione rallentata, un errore che non trova giustificazione. Non è un caso isolato. La fatica mentale si manifesta come disattenzione, reazioni emotive sproporzionate, calo della lucidità, ritiro motivazionale. A volte l’atleta è lì, ma “non c’è”: esegue, ma non sente. La presenza diventa forma, non sostanza.

Il logoramento che non si vede

Questa fatica invisibile si costruisce nel tempo. Non nasce nella gara, ma si sedimenta durante settimane o mesi di carico cognitivo non monitorato. Avviene quando l’atleta è sottoposto a continue sollecitazioni verbali, a iperanalisi tecnica, a pressioni esterne e interne, a obiettivi rigidi, a routine prive di spazi mentali. Succede anche fuori dal campo: nella vita digitale, nell’esposizione costante, nell’ansia di prestazione, nelle aspettative non dette.

Una recente review ha confermato che i segnali della fatica mentale sono spesso confusi con scarsa motivazione o scarsa disciplina, generando una spirale di giudizio e sovraccarico. Ma la realtà è che la mente si consuma come un muscolo. Solo che lo fa in silenzio.

L’ansia mascherata da operosità

Un fenomeno paradossale e pericolosamente diffuso riguarda la gestione del lavoro nei giorni o settimane che precedono una gara importante. Tanto negli atleti quanto negli allenatori si osserva spesso una risposta all’ansia sotto forma di aumento del carico. Come uno studente che, preda dell’insicurezza, studia troppo e male all’ultimo momento, anche nel contesto sportivo si assiste a un’intensificazione non programmata degli allenamenti. Si aggiungono sedute, si moltiplicano i dettagli, si corregge l’inutile. In realtà, non si sta preparando meglio: si sta solo cercando di calmare l’ansia facendo.

In teoria, il tapering dovrebbe garantire che l’organismo arrivi alla gara nel punto di massima energia. In pratica, però, si lavora troppo, e spesso nei modi sbagliati. L’iperattività diventa una compensazione emotiva: si tenta di colmare il vuoto dell’incertezza agendo. E invece si consuma l’atleta.

La letteratura sul monitoraggio del carico di allenamento conferma che un rapido incremento del carico totale senza un’adeguata fase di recupero è associato a un maggiore rischio di affaticamento cumulativo, decrementi della performance e maggior probabilità di infortuni. Questo fenomeno è ben documentato negli studi di training load monitoring, che evidenziano l’importanza di gestire la progressione dei carichi quotidiani e settimanali, bilanciando stimolo e recupero.

Il paradosso della consapevolezza

C’è un aspetto ancora più inquietante. Alcuni studi recenti segnalano che la consapevolezza stessa di essere mentalmente affaticati può rallentare il recupero. L’atleta sa di non farcela, ma non può fermarsi. Questo produce un conflitto interno profondo, che acuisce la fatica e compromette la rigenerazione. È un silenzio che pesa. Non c’è spazio, né culturale né organizzativo, per ammettere di non avere più “benzina mentale”. La conseguenza è che si prosegue per inerzia, con un sistema esecutivo che funziona ma senza energia cognitiva.

Cosa possono fare coach e atleti

La fatica mentale non è un difetto, ma una variabile da gestire con lo stesso rigore della fatica fisica. Serve un cambiamento di paradigma. Per i coach, significa leggere nuovi segnali, progettare momenti di scarico cognitivo, ridurre l’eccesso di verbosità in allenamento, rispettare le finestre di attenzione. Per gli atleti, significa imparare ad ascoltare la propria mente, a distinguere il bisogno di riposo dalla pigrizia, a riconoscere l’ansia prima che si trasformi in iperattività distruttiva.

Significa anche riconoscere che l’efficienza mentale non si ottiene solo attraverso tecniche di motivazione, ma anche – e forse soprattutto – attraverso tregue, silenzi, recuperi emotivi. Allenare la mente non vuol dire caricarla di obiettivi, ma saperla anche svuotare al momento giusto.

Chi opera nel campo della preparazione mentale viene spesso identificato come colui che “lavora sull’atleta”, che interviene per rafforzare la motivazione, gestire l’ansia o migliorare la concentrazione. Ma questa è una visione riduttiva. La vera funzione di chi si occupa di mente è molto più ampia, sistemica, progettuale.

La mente non è una stanza isolata da arredare. È l’ambiente in cui tutto accade: l’allenamento, la relazione con l’allenatore, la costruzione degli obiettivi, la gestione del tempo, il significato attribuito al gesto sportivo. Per questo, il lavoro mentale non può essere relegato a “tecniche per l’atleta”, ma deve comprendere tutta l’architettura del progetto sportivo, nella sua organizzazione, nei suoi linguaggi, nei suoi silenzi.

L’atleta non è solo destinatario di un piano: è partecipante attivo nella costruzione del percorso, deve essere coinvolto nel progetto, nella valutazione, nel monitoraggio degli aspetti tecnici, emotivi, cognitivi e relazionali del lavoro. Il mental coach, quello vero, pochissimi in verita’, in questo senso, diventa figura di connessione: non solo lavora sull’atleta se c’e’ necessita’, ma cura il modo in cui l’allenatore e lo staff lavorano con lui, osserva le dinamiche di carico, le implicazioni comunicative, la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

È un compito di regia invisibile ma decisiva. Perché l’unico vero “verificatore” della bontà del lavoro fatto è l’atleta stesso, nella sua prestazione. Che è sempre il prodotto di una costruzione collettiva, anche quando l’esecuzione è individuale.

In questo senso, la mente è il luogo dove tutto converge, e la preparazione mentale è il dispositivo che tiene insieme il progetto, le persone, le intenzioni e le azioni. Non è solo ciò che accade nella testa dell’atleta, ma ciò che guida – in modo silenzioso e profondo – la qualità dell’intero sistema sportivo.

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