Nel cuore aspro e remoto della Sierra Madre Occidentale, nel nord del Messico, vive un popolo che ha fatto della corsa non un gesto tecnico né una sfida contro il tempo, ma una condizione naturale dell’esistenza. I Rarámuri, conosciuti anche come Tarahumara, sono spesso descritti come “quelli che corrono veloci” o “i piedi leggeri”, ma nessuna traduzione può cogliere fino in fondo la leggerezza profonda con cui abitano il loro territorio, e il modo in cui la corsa fa parte della loro identità quotidiana.

Non corrono per allenarsi, non corrono per gareggiare, non si “preparano” alla corsa: vivono correndo. La loro geografia è una geografia verticale, fatta di canyon profondi, sentieri impervi, pendii sassosi e dislivelli continui. Muoversi a piedi non è un’opzione, è la sola possibilità reale. Per questo, da generazioni, uomini e donne Rarámuri sono cresciuti in un ambiente che ha scolpito il corpo e il passo, rendendo la corsa un’estensione naturale del vivere.
La loro forza non risiede nella velocità, ma nella resistenza illimitata. Ci sono testimonianze di competizioni rituali in cui squadre di corridori percorrono centinaia di chilometri calciando una palla di legno – una corsa che può durare due giorni e due notti, senza sosta. Non si tratta di performance estemporanee: sono atti radicati nella loro organizzazione sociale, nel calendario cerimoniale, nella relazione con la natura. La corsa è collettiva, non individuale. È rituale, non prestazionale.
Anche nella quotidianità, i Rarámuri si spostano correndo per lunghe distanze, spesso su sandali rudimentali, su terreni che per altri richiederebbero scarponi e bastoncini. I loro corpi sembrano non conoscere il limite, ma ciò che impressiona è la naturalezza con cui lo fanno. Nessuno sembra forzare, nessuno mostra affanno. La corsa, per loro, è come respirare.
Oggi, alcuni atleti Rarámuri hanno attirato l’attenzione del mondo: come María Lorena Ramírez, che ha vinto ultramaratone internazionali correndo con la gonna tradizionale e i sandali in gomma. Ma ciò che affascina non è la performance in sé, bensì la continuità con cui queste capacità emergono da una cultura che non ha mai cercato visibilità, né gare, né trofei. La resistenza non è qualcosa che i Rarámuri allenano: è qualcosa che trasmettono, come lingua, come sapienza, come gesto antico che attraversa le generazioni.
A sostenere questa straordinaria resistenza contribuisce anche la loro dieta tradizionale, che è tanto semplice quanto efficace. Basata prevalentemente su mais, fagioli, zucca, peperoncini e verdure selvatiche, è una cucina agricola, locale, integrata con il territorio. La carne è consumata solo in occasioni cerimoniali e rappresenta una porzione marginale dell’apporto nutrizionale. La dieta Rarámuri è ricca di carboidrati complessi e fibre, povera di grassi animali, e offre un apporto costante di energia a lungo termine. Questo stile alimentare, unito alla vita quotidiana attiva e a stretto contatto con l’ambiente, ha mantenuto per generazioni una popolazione sana, metabolica e resistente. Non esistono integratori, strategie ipertecnologiche, né piani nutrizionali personalizzati. Esiste solo coerenza tra stile di vita e ambiente, e un equilibrio profondo tra ciò che si mangia, ciò che si fa e ciò che si è.
In un’epoca in cui lo sport è spesso iper-specializzato, iper-tecnologico, iper-analizzato, i Rarámuri ricordano che la resistenza può essere una forma di appartenenza, che si può correre senza tempo ma non senza senso, che il corpo può diventare forte non perché si allena, ma perché vive in modo pieno il proprio ambiente.
E mentre i grandi palcoscenici dello sport misurano record al centesimo di secondo, nella Sierra Madre qualcuno continua a correre per tre giorni, senza fermarsi, senza testimoni, senza clamore. Solo per restare connesso alla propria terra. Solo per restare Rarámuri.