Intenzionalità, Identità e Prestazione nella Tradizione Navajo
Nel silenzio vasto delle terre rosse del Sud-Ovest americano, quando l’aria è ancora fresca e la luce dell’alba non ha ancora rotto l’oscurità, un giovane Diné si alza. Esce, guarda a est, e comincia a correre. Non lo fa per allenarsi, non per competere, e nemmeno per tenersi in forma. Corre per incontrare il sole, per sintonizzarsi con la vita, per ricordare chi è. In ogni passo c’è un intento preciso. Ogni chilometro è percorso con un significato interiore che va ben oltre il gesto fisico.

Nella cultura Navajo, la corsa all’alba è un rito, un atto educativo, spirituale, identitario. Si corre per prepararsi alla giornata, ma anche per onorare gli antenati, per rafforzare il carattere, per purificarsi. La direzione è sempre la stessa: verso est, dove sorge il sole, simbolo di rinascita e continuità. Correre non è mai fine a se stesso. È un dialogo tra corpo, spirito e natura, una forma di consapevolezza incarnata. Questo fa della corsa un atto profondamente intenzionale.
Ed è qui che la tradizione dei Navajo si connette in modo straordinario con le riflessioni più avanzate sull’alta prestazione nello sport di élite. Il concetto di intenzionalità, centrale nelle culture native, è oggi una chiave riconosciuta anche dalla psicologia della prestazione. Secondo lo psicologo svedese K. Anders Ericsson, non è la quantità della pratica a determinare il talento, ma la sua qualità. La cosiddetta “pratica deliberata” – quella cioè orientata da obiettivi specifici, svolta con piena attenzione, ripetuta con costanza e corretta con feedback – è ciò che distingue l’eccellenza dal semplice allenamento ripetitivo.
Ma ciò che i Navajo aggiungono a questa definizione è ancora più profondo: l’intenzione non è solo cognitiva o tecnica, è esistenziale. Si corre con tutto ciò che si è. E per questo, il gesto diventa trasformativo.
Un testimone vivente di questa filosofia è Shaun Martin, atleta Navajo, direttore atletico e ultramaratoneta. Martin non è solo un corridore, è un ponte tra la cultura navajo e il mondo della corsa contemporanea. Ogni gara, ogni maratona , è per lui un ritorno alla identità. In un celebre documentario in cui racconta la sua esperienza, afferma che correre attraverso la propria terra, su sentieri sacri e colline che portano i nomi delle storie ancestrali, è come percorrere la storia del proprio popolo, passo dopo passo. La sua corsa è preghiera in movimento, un’azione che unisce allenamento, spiritualità, memoria e resistenza.
Martin descrive la corsa come “il modo in cui onoriamo noi stessi, la nostra gente, e il nostro Creatore”. E spiega che nella cultura Diné, la corsa è uno strumento per costruire resilienza, perché correre è difficile, è scomodo, e proprio per questo ti plasma. Non si corre per fuggire dalla fatica, ma per imparare a camminarci dentro, giorno dopo giorno. In questo, la corsa Navajo e la pratica deliberata si incontrano perfettamente: ogni gesto è carico di significato, ogni azione è inserita in una visione del mondo che educa a essere presenti, forti e consapevoli.
Per lo sport di élite, questa è una lezione formidabile. L’atleta moderno, spesso travolto da pressioni, tempi, aspettative, può trarre enorme beneficio nel ritornare a un’intenzionalità profonda del proprio agire. Non è sufficiente allenarsi, serve sapere perché lo si fa. Serve essere pienamente presenti nel gesto, non solo per migliorarne l’efficacia biomeccanica, ma per orientare l’identità dell’atleta in ogni movimento. Quando si corre con uno scopo più grande del tempo sul cronometro, si libera una qualità di attenzione, di energia e di coerenza che rende la prestazione più solida e duratura.
La corsa dei Navajo, ancora oggi praticata all’alba da molti giovani e adulti Diné, non è una nostalgia del passato. È un modello di prestazione sostenibile, profonda, integrata. Non c’è bisogno di scegliere tra spiritualità e competizione: si può correre per onorare se stessi e allo stesso tempo per vincere, purché la vittoria non sia un’ossessione sterile, ma una conseguenza naturale di un gesto abitato, consapevole, intenzionale.
E allora, come i Navajo insegnano, si corre non per fuggire dalla fatica, ma per attraversarla con dignità. Si corre non solo per arrivare, ma per diventare. E in quel movimento, antico e moderno, si scopre che la vera forza non nasce dalla velocità, ma dal senso profondo di ogni singolo passo.