I Marathon Monks del Monte Hiei

La Corsa, il Cammino, la Vittoria Interiore

Sul Monte Hiei, appena oltre le fronde dei boschi che cingono Kyoto, il tempo si dilata, si svuota, si fa essenziale. Tra i sentieri antichi, incisi nella terra da secoli di passi ripetuti, cammina – o corre – un uomo solo. Indossa sandali di paglia logori, una veste bianca che ricorda il colore del lutto, e stringe un bastone di legno. Il suo sguardo non è rivolto al traguardo, perché non c’è un traguardo visibile. Non corre per battere un record, non si misura con nessuno. Corre per trasformarsi. Corre per sparire, per svuotarsi, per diventare silenzio che cammina.

I monaci della scuola buddista Tendai praticano da secoli il Kaihōgyō, un rito ascetico che impone di percorrere 40.000 chilometri in sette anni, spesso correndo due maratone al giorno per cento giorni consecutivi. A questa impresa estrema si aggiunge il dōiri, nove giorni senza cibo, acqua, sonno né parole: solo respirare e recitare un mantra, in un confronto disarmato con i limiti della mente e del corpo. Chi sopravvive e conclude il cammino viene riconosciuto come un Buddha vivente, non per il risultato raggiunto, ma per ciò che è diventato lungo il cammino.

Eppure, questo non significa che il traguardo non conti. Lo si vede chiaramente: c’è un obiettivo preciso, severo, misurabile. Il Kaihōgyō non è simbolico, è fisico, strutturato in tappe quotidiane e rigidamente controllate. Ma la differenza sta nel modo in cui quel traguardo viene vissutonon come ossessione, ma come conseguenza. Non è al centro dell’attenzione, ma è l’esito naturale della dedizione al processo.

https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2015/mar/31/japanese-monks-mount-hiei-1000-marathons-1000-days: I Marathon Monks del Monte Hiei

È questa la lezione più profonda che può essere portata nel mondo dello sport di élite. Un atleta deve volere la vittoria, deve inseguirla, prepararsi per essa con ferocia, precisione e passione. Ma se la mette al centro della sua attenzione quotidiana, se vive solo per il risultato, rischia di perdere la lucidità e l’equilibrio che lo rendono capace di conquistarla. Proprio come per i monaci, la vittoria nello sport non va negata, va ridimensionata. Non ridotta nel valore, ma inserita in una visione più ampia.

Per i Marathon Monks, ogni passo ha senso a prescindere dalla meta, perché è parte di un rito, è impegno, è consapevolezza. Questo non li rende meno determinati: li rende più stabili, più resistenti, più coerenti. Allo stesso modo, l’atleta che riesce a spostare il focus dal risultato al gesto, dalla medaglia al respiro, dalla paura di perdere alla qualità del presente, diventa più efficace. Rende il risultato più raggiungibile, non meno importante. Non rinuncia alla vittoria: la libera dalla pressione. La mette al suo posto, non al centro.

Ecco il senso profondo di questa connessione. Il corpo umano, da solo, non basta. La tecnica, da sola, non regge. La mente, se orientata solo verso l’esterno, si disgrega. Ma se il gesto atletico diventa parte di un rituale interiore, allora si eleva, si potenzia, si libera. I più grandi campioni spesso lo testimoniano con le loro vite: non vince chi si preoccupa solo del risultato, ma chi sa restare nel processo anche quando il mondo intorno chiede risposte immediate.

I Marathon Monks non sono modelli da imitare letteralmente. Ma sono specchi potenti. Mostrano che la prestazione può essere sacra, che la disciplina può diventare un atto di libertà, e che il traguardo si raggiunge più facilmente quando non ci si fissa su di esso, ma su ciò che si è disposti a diventare per arrivarci.

E allora sì, l’atleta deve volere la vittoria. Ma deve imparare a non fissarla troppo, per non restarne abbagliato. Perché solo chi corre guardando dentro il proprio passo è davvero in grado di tagliare il traguardo nel modo più pieno. Proprio come quei monaci, invisibili al mondo, che nel silenzio della montagna corrono verso l’eternità.

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