Ci rassicuriamo. Poi ricominciamo.

Ogni volta che un evento tragico irrompe nella quotidianità e produce una scossa emotiva collettiva, si attiva un meccanismo antico, prevedibile e profondamente umano: una fase di ipercontrollo seguita da una fase di iperrassicurazione. L’ipercontrollo è la risposta immediata allo shock, è l’aumento della vigilanza, della verifica, dell’attenzione ai dettagli, è il bisogno di ristabilire un ordine cognitivo dopo che l’evento ha dimostrato brutalmente che l’ordine non è mai garantito. In parallelo, quasi simultaneamente, scatta l’iperrassicurazione, ma non in modo uniforme su tutti gli attori coinvolti. L’iperrassicurazione riguarda soprattutto gli operatori del settore, i gestori di locali, gli organizzatori di eventi, talvolta le autorità di contesti diversi da quello colpito, che sentono il bisogno di ribadire pubblicamente la propria regolarità, il rispetto delle norme, la distanza implicita o esplicita da chi invece non le avrebbe osservate. È un movimento comprensibile, spesso in buona fede e talvolta anche fondato su dati reali, che ha una funzione psicologica precisa: contenere l’ansia collettiva e prevenire una perdita di fiducia, anche economica, nei confronti di interi settori. Le famiglie, invece, non iperassicurano. Le famiglie hanno già pagato il prezzo emotivo dell’evento. Nei genitori, anche quelli non tragicamente colpiti, l’impatto di una tragedia di questo tipo puo’ generare con frequenza un aumento dell’ansia e, come conseguenza, un irrigidimento temporaneo nella concessione delle autonomie e delle libertà ad altri figli prr chi li ha o altro non interessante qui. Si diventa più guardinghi, più restrittivi, più presenti, talvolta anche più rigidi. Ma anche questo movimento ha una durata limitata. Come l’iperrassicurazione degli operatori, anche la restrizione genitoriale tende nel tempo ad attenuarsi, fino a riportare il sistema verso una condizione di equilibrio precedente. Non perché venga meno l’amore o la responsabilità, ma perché l’essere umano non è progettato per mantenere a lungo uno stato di allerta emotiva elevata. A livello cognitivo ed emotivo, l’iperattivazione non è sostenibile nel lungo periodo. Il punto centrale, allora, non è negare l’utilità delle procedure di sicurezza, delle norme, dei protocolli, né tantomeno ridicolizzare chi comunica attenzione e responsabilità dopo un evento tragico. Il punto è ricordare, con lucidità, che nessun sistema di regole può azzerare la possibilità dell’evento drammatico. Le norme riducono il rischio, non lo annullano. Esistono fattori fatali, concatenazioni rapide, dinamiche emotive collettive che possono manifestarsi anche in contesti formalmente corretti, con probabilità minore ma non nulla. Questo diventa un elemento cruciale quando si parla di locali frequentati da minori. Il minore, per struttura neurocognitiva, non è semplicemente “meno esperto” dell’adulto, ma è fisiologicamente diverso. Le funzioni esecutive, il controllo dell’impulsività, la capacità di valutare il rischio in tempo reale, la gestione dell’emergenza sotto stress intenso, sono processi che maturano gradualmente e non sono completamente consolidati nell’adolescenza, come dimostrano in modo solido le ricerche neuropsicologiche sullo sviluppo della corteccia prefrontale. Questo significa che anche in condizioni normali il minore è più vulnerabile alle dinamiche di panico, di imitazione di massa, di blocco cognitivo o di fuga disorganizzata. Dinamiche nelle quali, va detto con onestà intellettuale, possono cadere anche gli adulti, ma nelle quali il minore parte strutturalmente svantaggiato. Per questo la sicurezza dei ragazzi non può essere delegata interamente a fattori esterni, per quanto regolamentati e controllati. Le famiglie, pur essendo ovviamente incolpevoli sul piano giuridico in eventi come quello di Crans-Montana, hanno il diritto e il dovere di sapere dove vanno i propri figli, in che tipo di locale, con quale affollamento, con quali caratteristiche ambientali, con quali dinamiche di pubblico. Non per vivere nella paura, ma per esercitare una vigilanza proporzionata all’età e alle capacità cognitive reali dei ragazzi. L’idea che l’autonomia debba essere totale e anticipata è spesso sostenuta proprio da quel clima di rassicurazione esterna che segue i grandi eventi: ci sentiamo protetti perché “ci sono le regole”, “ci sono i controlli”, “ci sono i professionisti”. Ma la psicologia dell’emergenza ci ricorda che anche chi opera nella sicurezza, anche chi conosce procedure e strumenti, è sottoposto allo shock emotivo quando l’evento accade davvero. Sapere come funziona un estintore in un corso teorico o pratico aumenta la competenza, ma non elimina l’effetto della fulmineità dell’evento, del panico, della pressione emotiva, della massa in movimento. Pensare il contrario significa attribuire all’essere umano una razionalità fredda, che semplicemente non possiede nelle situazioni estreme. L’unica vera eccezione a questa regola riguarda soggetti rarissimi, selezionati e addestrati in modo radicale, come avviene nei reparti d’élite militari, per esempio la Delta Force, uomini preparati per mesi o anni a operare sotto stress massimo, con un addestramento che non riguarda solo la tecnica ma soprattutto il controllo assoluto di sé. In operazioni che si consumano in pochi secondi, questi soggetti dimostrano una focalizzazione mentale totale, una capacità di azione lucida e coerente che prescinde dal giudizio politico o territoriale sull’evento, ma che sul piano psicologico è impressionante proprio perché così rara. Questo esempio estremo serve a chiarire il concetto: il controllo totale della situazione è possibile solo quando esiste prima un controllo totale di se stessi, e questo livello di padronanza non è né spontaneo né comune. È il risultato di selezione, addestramento ripetuto, esposizione progressiva allo stress e interiorizzazione profonda delle procedure. È evidente che la stragrande maggioranza degli adulti non possiede questo tipo di assetto mentale, e ancora più evidente che i ragazzi, per struttura cognitiva e maturativa, ne sono fisiologicamente lontani. Tendere a quel modello è legittimo come ideale, ma confonderlo con la normalità è un errore concettuale grave. Proprio per questo, quando si parla di minori, l’autonomia non può essere pensata come abbandono fiduciario al contesto. Come nella scuola guida esiste un doppio comando e un istruttore pronto a intervenire per correggere l’errore prima che diventi irreversibile, allo stesso modo i ragazzi devono essere maggiormente tutelati e accompagnati da chi possiede, per esperienza e maturità, una capacità superiore di valutazione del rischio e di gestione dell’imprevisto. Non si tratta di limitare per principio, ma di riconoscere che affidarsi al “mondo”, al “ci andavano tutti”, al “così fan tutti”, è una forma di delega emotiva che nasce dall’illusione di sicurezza diffusa, non dalla realtà delle competenze cognitive ed emotive in gioco. Il messaggio, quindi, non è accusatorio, non è moralistico, non è retrospettivo. È preventivo e realistico. Più autonomia concessa ai minori richiede più consapevolezza adulta, non meno. Più rassicurazioni esterne devono andare di pari passo con una vigilanza interna, familiare, educativa. Perché la sicurezza assoluta non esiste, e quando fingiamo che esista, stiamo solo preparando il terreno a una nuova sorpresa tragica che, puntualmente, ci sembrerà imprevedibile, quando in realtà è solo umanamente possibile.

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