Filmare mentre tutto brucia

Questo non è un giudizio morale né una ricostruzione emotiva: è una lettura psicologica dei processi cognitivi che emergono quando individui molto giovani affrontano eventi critici mediati dalla tecnologia.

Un dramma che deve insegnare qualcosa

Crans-Montanà, lo smartphone e la distanza dal reale

L’evento di Crans-Montanà ha colpito per ciò che è accaduto, ma anche per come è stato attraversato da chi era presente. Le immagini che circolano mostrano, tra le altre cose, un gruppo di giovani intenti a filmare mentre l’incendio si sviluppava. Questo dato, al di là dell’impatto emotivo che può suscitare, merita una lettura che non sia né moralistica né consolatoria. Se ci si limita all’indignazione, si perde l’occasione di comprendere. E la psicologia, quando rinuncia a comprendere, smette di essere utile.

Dire che in situazioni di questo tipo “si filma per tollerare l’esperienza” non significa attribuire intenzioni consapevoli né giustificare comportamenti. Ed è forse arrivato il momento che le persone comuni imparino a distinguere chiaramente tra spiegare un fenomeno, giustificarlo o condannarlo. La spiegazione, quando è scientifica, non assolve e non accusa: descrive. Rappresenta un processo in assenza di giudizio. Purtroppo, nel dibattito pubblico, si tende quasi sempre a oscillare tra due poli opposti, la giustificazione e la condanna, che non aiutano né l’una né l’altra, perché entrambe impediscono la comprensione.

È una formulazione funzionale che sintetizza una linea di ricerca ben documentata in ambito cognitivo ed emotivo. Numerosi studi sulla regolazione delle emozioni mostrano che creare distanza dall’evento riduce l’attivazione affettiva e l’urgenza di risposta. I lavori di James Gross e di altri autori sull’uso del distanziamento cognitivo come strategia di regolazione indicano chiaramente che osservare un evento da una prospettiva esterna ne attenua l’impatto. Il gesto di filmare introduce proprio questo tipo di distanza: non si è più solo dentro l’accadimento, ma davanti ad esso, mediati da uno schermo, con lo sguardo incanalato e il corpo parzialmente congelato.

A questo si aggiunge un secondo elemento, meno intuitivo ma altrettanto rilevante. La ricerca di Linda Henkel ha mostrato che fotografare o registrare un evento riduce la memoria diretta dell’esperienza, perché il cervello delega al dispositivo una parte del lavoro di codifica. Questo fenomeno di offloading cognitivo non riguarda solo il ricordo futuro, ma anche l’elaborazione presente: meno elaborazione percettiva profonda significa, in molti casi, anche minore carico emotivo immediato. Registrare, dunque, non serve solo a conservare, ma può servire a non sentire troppo.

Nel contesto di un evento critico, questo meccanismo si intreccia con dinamiche note della psicologia sociale. Da decenni sappiamo che, in presenza di altri testimoni, la probabilità di intervento diminuisce. Il cosiddetto bystander effect descrive bene questa diffusione della responsabilità. Oggi lo smartphone introduce una variante decisiva: offre un’azione sostitutiva. Filmare dà l’impressione di stare facendo qualcosa, riduce la dissonanza interna legata all’inazione, fornisce una parvenza di controllo in una situazione che controllo non ne ha. Non è altruismo, è regolazione interna.

Qui, però, si inserisce un passaggio che ritengo cruciale e che spesso sfugge alle analisi più superficiali. Questo stato di distanza, di limbo cognitivo ed emotivo, non è stabile. Può cedere improvvisamente. Quando l’evento supera una soglia di intensità percepita, la mediazione collassa, il distacco si interrompe e il soggetto viene travolto dall’attivazione emotiva. In quel momento non si passa a una maggiore lucidità, ma frequentemente a una condizione di panico, disorganizzazione e perdita del controllo comportamentale. È in questa transizione brusca, dal “guardare da fuori” all’essere improvvisamente dentro l’evento, che si perdono spesso secondi fatali.

In eventi catastrofici caratterizzati da rapidità di sviluppo, quei secondi non sono un dettaglio. Possono fare la differenza tra un’azione tempestiva e un’azione tardiva, tra una decisione funzionale e una risposta caotica. Il problema non è solo il non intervenire subito, ma il fatto che la regolazione emotiva mediata dal dispositivo può ritardare l’ingresso consapevole nella situazione, lasciando il soggetto impreparato quando l’urgenza diventa improvvisamente reale.

Il fatto che questi comportamenti emergano soprattutto tra soggetti molto giovani non autorizza letture etiche semplificate. La spiegazione è strutturale. Le funzioni di controllo, valutazione delle conseguenze e responsabilità prospettica dipendono in larga parte dalla maturazione della corteccia prefrontale, che è tardiva. Nei giovani, al contrario, i circuiti dopaminergici legati alla novità, alla visibilità e al riconoscimento sociale sono particolarmente reattivi. In un ambiente che rinforza la documentazione e la condivisione più dell’azione, il comportamento di filmare diventa coerente con l’assetto neuropsicologico del momento. Non è devianza, è funzionamento.

La mediazione tecnologica contribuisce inoltre a ridurre l’empatia incarnata e il senso di responsabilità immediata. Gli studi sull’online disinhibition effect, come quelli di John Suler, mostrano come lo schermo attenui l’impatto relazionale diretto e renda più tollerabile stare a distanza anche di fronte a situazioni che, dal vivo, attiverebbero risposte diverse. Il telefono, in questo senso, non rende indifferenti, ma rende sopportabile l’indifferenza, fino al momento in cui l’indifferenza non è più sostenibile.

È importante chiarire che questa lettura non pretende di spiegare tutto. I processi cognitivi sono fenomeni complessi, dipendenti dall’interazione tra molte variabili: la vicinanza all’evento, il livello di pericolo percepito, il dolore, l’immedesimazione, la presenza del gruppo, l’età, il contesto culturale, la disponibilità di strumenti di mediazione. Nessun singolo fattore è sufficiente. È la loro combinazione a produrre il comportamento osservato.

Proprio per questo, però, la comprensione non può fermarsi alla descrizione. Eventi come Crans-Montanà, al di là degli elementi di circostanza, pongono una questione di conoscenza e di responsabilità collettiva. Se sappiamo che soggetti molto giovani, in contesti ad alto rischio, tendono a rimanere più a lungo in uno stato di distanza regolativa e possono entrare in panico proprio nel momento in cui l’azione diventa necessaria, diventa legittimo interrogarsi sulla necessità di maggiore controllo, accompagnamento o, in alcuni casi, restrizione. Non per punire, ma per ridurre la probabilità di esiti peggiori.

È evidente che la casualità resta una componente ineliminabile dell’esperienza umana. Il destino, per così dire, è sempre in agguato. Ma la funzione della conoscenza scientifica non è eliminare l’imprevedibile, bensì evitare di amplificarlo inutilmente. Comprendere i meccanismi cognitivi e comportamentali serve proprio a questo: non aiutare la casualità, per quanto è possibile, e ridurre la probabilità che certe condizioni si trasformino in fattori di pericolo aggiuntivo.

In questo senso, Crans-Montanà non è un’eccezione, ma un indicatore. Non tanto di un decadimento morale, quanto di una difficoltà crescente a stare dentro l’esperienza senza mediazioni. La psicologia, se vuole restare fedele al proprio compito, deve illuminare questi passaggi. Non per assolvere né per condannare, ma per rendere il fenomeno leggibile e, dove possibile, governabile.

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