REPLIKA

Molti oggi dibattono sui pericoli dell’intelligenza artificiale. C’è chi teme che un giorno le macchine possano sostituire l’uomo, prendere decisioni autonome, trasformare il mondo del lavoro o addirittura diventare più intelligenti di noi. Si parla di un futuro incerto, in cui l’AI potrebbe cambiare profondamente il nostro modo di vivere, relazionarci e persino esistere.

Ma quello che spesso si ignora è che questo futuro, in un certo senso, è già arrivato. L’intelligenza artificiale ha già iniziato a occupare spazi che prima sembravano esclusivamente umani. Ha già sostituito qualcuno.

Lo ha fatto nel modo più sottile e allo stesso tempo più radicale: permettendoci di interagire con chi non c’è più. O almeno, con una sua simulazione

Questa è la storia di come l’AI è diventata il ponte tra i vivi e i morti, di come una giovane sviluppatrice ha usato la tecnologia per riportare in vita, in un certo senso, il suo migliore amico.

La storia di Eugenia Kuyda e del suo amico Roman Mazurenko è un esempio concreto di come l’intelligenza artificiale possa ridefinire il nostro rapporto con la memoria e il lutto. Dopo la morte improvvisa di Mazurenko in un incidente stradale nel 2015, Eugenia, sviluppatrice nel campo dell’AI, ha deciso di sperimentare un modo alternativo per mantenere un legame con lui.

Ha iniziato raccogliendo tutti i messaggi di testo che Roman aveva scritto negli anni, dalle conversazioni quotidiane alle riflessioni più personali. Utilizzando una rete neurale, ha addestrato un chatbot affinché potesse rispondere ai messaggi con lo stesso stile comunicativo di Mazurenko. Il risultato è stato un sistema in grado di simulare il modo in cui lui scriveva, dando l’impressione di una conversazione reale.

Quando gli amici e i familiari hanno provato il chatbot, le reazioni sono state diverse. Alcuni lo hanno trovato un modo efficace per elaborare il lutto, per continuare a interagire con un frammento dell’identità di Roman. Altri, invece, hanno percepito l’esperimento come inquietante, sollevando questioni etiche su cosa significhi davvero “preservare” una persona attraverso la tecnologia. Era ancora Roman o solo un’imitazione creata a partire dai suoi dati?

Questa esperienza ha portato alla nascita di Replika, un’app che consente di creare chatbot personalizzati per vari scopi, dal supporto emotivo alla compagnia virtuale. Il caso di Mazurenko ha aperto un dibattito più ampio sull’uso dell’AI per la memoria digitale: possiamo davvero parlare di una forma di “sopravvivenza” digitale, o si tratta solo di un’illusione sofisticata? E soprattutto, è rilevante la differenza tra l’originale e la simulazione, se l’effetto prodotto è comunque significativo per chi interagisce con essa?

In un’epoca in cui la tecnologia è sempre più integrata nella nostra vita quotidiana, il confine tra ciò che consideriamo reale e ciò che percepiamo come tale diventa sempre più sfumato. Il chatbot di Roman Mazurenko è solo un esempio di come l’intelligenza artificiale stia ridefinendo concetti che, fino a poco tempo fa, sembravano esclusivamente umani.

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