Sopravvivere all’impossibile: la lezione mentale di Joe Simpson e Simon Yates sul Siula Grande
Nel 1985, due giovani alpinisti britannici, Joe Simpson e Simon Yates, affrontano la parete ovest del Siula Grande, nelle Ande peruviane. È una montagna severa, alta oltre 6.300 metri, raramente scalata. Dopo la conquista della vetta, la discesa si trasforma in incubo: Simpson cade, si frattura una gamba e Yates, dopo ore di tentativi per salvarlo, è costretto a tagliare la corda per non morire anche lui nella bufera. Simpson, incredibilmente ancora vivo, inizia una lenta e disperata lotta per strisciare verso il campo base, riuscendoci dopo giorni di sofferenza.
La loro storia è narrata nel libro Touching the Void (Simpson, 1988) Cosa, a livello mentale, ha permesso a Joe di sopravvivere? E perché Simon non è stato annientato dal senso di colpa?
Accettare subito la realtà
Il primo fattore è la radicale accettazione: Simpson e Yates non si sono fermati a rimuginare sul perché della tragedia, ma hanno concentrato le energie sulle azioni possibili. Una revisione scientifica sulla resilienza sottolinea come questa capacità di accettare la realtà sia il primo passo per un adattamento positivo alle situazioni estreme.
Nella vita quotidiana o nello sport di alto livello, accettare subito la realtà significa riconoscere un infortunio, un errore o una battuta d’arresto senza negare o sprecare energie a lamentarsi. Solo così è possibile passare rapidamente all’azione e trovare soluzioni, invece di restare fermi nel risentimento.
Obiettivi a micro-step
“Se avessi pensato alla distanza totale, sarei morto. Pensavo solo a raggiungere un masso, poi un altro,” scrive Simpson. Questo frammentare l’impresa in micro-obiettivi riduce la sensazione di insormontabilità e aumenta la motivazione, come spiegano Locke e Latham (2002) nel loro lavoro sul goal setting.
Per un atleta o un professionista, scomporre un grande obiettivo (una gara, un progetto) in tappe giornaliere o settimanali aiuta a ridurre l’ansia e mantenere la concentrazione, trasformando una sfida enorme in una serie di passi concreti e gestibili.
Dissociazione adattiva
Molti sopravvissuti a situazioni estreme descrivono una sensazione di “distacco” dal proprio corpo o dal dolore, un meccanismo noto come dissociazione adattiva, utile per ridurre il carico emotivo acuto e continuare a operare.
Senza arrivare a situazioni estreme, anche nella vita di tutti i giorni può essere utile imparare a “prendere le distanze” emotive in momenti di alta pressione, come un esame o una gara decisiva, concentrandosi sui compiti invece che sulle emozioni del momento.
Autostima basata sulla competenza
L’esperienza alpinistica e l’allenamento forniscono senso di auto-efficacia, la convinzione di poter incidere sul proprio destino anche in condizioni disperate. Una recente rassegna conferma come l’auto-efficacia sia centrale nei percorsi di resilienza.
Nella vita quotidiana, costruire la propria autostima sulla competenza significa sviluppare abilità reali e allenarsi a usarle in contesti difficili, così da sapere che, anche quando le cose si complicano, si hanno strumenti validi su cui contare.

Motivazione intrinseca e significato
Friedrich Nietzsche scrisse:
“Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come.”(Wer ein Warum zum Leben hat, erträgt fast jedes Wie.)
Questa frase, ripresa da Viktor Frankl in Man’s Search for Meaning (1946), è oggi un fondamento scientifico: uno scopo personale forte può trasformarsi in un potente fattore protettivo contro la disperazione.
Dare un senso a ciò che si fa — un perché profondo — aiuta ad affrontare sacrifici, sconfitte o fasi difficili nella carriera o nella vita personale. Avere chiaro il motivo per cui ci si impegna rende più facile sopportare anche i momenti più impegnativi.
Dialogo interno attivo
Simpson racconta di aver insultato la montagna e di essersi parlato da solo per motivarsi: un uso consapevole del self-talk. Una meta-analisi recente conferma che il self-talk è una strategia efficace per regolare le emozioni e migliorare la performance, anche in contesti estremi.
Anche nel quotidiano, imparare a usare il dialogo interno per incoraggiarsi invece di criticarsi continuamente può fare una grande differenza nella fiducia, nell’energia e nella resilienza mentale durante sfide importanti.
Il coraggio di Simon Yates: la gestione del senso di colpa
Se Joe Simpson ha dimostrato resilienza nella sopravvivenza, Simon Yates ha incarnato un altro aspetto fondamentale della psicologia dell’estremo: la capacità di gestire una scelta eticamente lacerante. Tagliare la corda significava quasi certamente condannare il compagno, ma rappresentava anche l’unico modo per non morire entrambi.
A livello psicologico, Simon ha affrontato una sfida enorme: non lasciarsi schiacciare dal senso di colpa. Dopo il salvataggio inaspettato, racconta di aver vissuto un intenso conflitto interiore, ma di aver progressivamente elaborato la consapevolezza che la decisione presa in quelle condizioni era razionale, necessaria e coerente con l’unica informazione di cui disponeva: la convinzione che Joe fosse già morto.

Secondo gli studi sulla gestione del trauma moral, la capacità di integrare l’esperienza con un’analisi lucida del contesto è uno dei fattori chiave per evitare sviluppi di PTSD o sensi di colpa cronici. Simon ha potuto elaborare la sua decisione grazie a un processo di meaning-making: comprendere che la scelta non derivava da negligenza o egoismo, ma dalla volontà di sopravvivere in un ambiente spietato.
Questo aspetto rende la storia di Yates altrettanto significativa: dimostra che il coraggio psicologico non riguarda solo la lotta per la vita, ma anche la capacità di convivere con decisioni impossibili senza lasciarsi definire o distruggere dalla colpa.
Nella vita quotidiana, situazioni di conflitto, decisioni dolorose o errori possono lasciare strascichi di senso di colpa. Imparare a valutare lucidamente il contesto e perdonarsi è essenziale per non restare imprigionati nella colpa, ma continuare a crescere e migliorare.
La forza di tornare a casa
La sopravvivenza di Joe Simpson non è solo un’impresa fisica: è la dimostrazione che la mente, allenata a gestire l’imprevedibile, può spingersi oltre i limiti. Allo stesso tempo, Simon Yates ha mostrato come il coraggio possa significare anche accettare la responsabilità di scelte estreme e continuare a vivere, senza lasciarsi consumare dal senso di colpa.
Bibliografia essenziale
- Simpson, J. (1988). Touching the Void. Jonathan Cape.
- Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review.
- Locke, E. A., & Latham, G. P. (2002). Building a practically useful theory of goal setting. American Psychologist.
- van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score. Viking.
- Southwick, S. M., et al. (2014). Resilience definitions, theory, and challenges. European Journal of Psychotraumatology, 5(1), 25338.
- Bonanno, G. A., & Diminich, E. D. (2020). Positive adjustment to adversity. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 61(4), 428–444.
- Hatzigeorgiadis, A., et al. (2017). Self-talk and sports performance. Perspectives on Psychological Science, 12(6), 927–943.
- Van Tongeren, D. R., & VanPelt, D. W. (2021). Finding meaning in life. Annual Review of Psychology, 72, 561–584.
- Litz, B. T., et al. (2009). Moral injury and moral repair in war veterans: A preliminary model and intervention strategy. Clinical Psychology Review, 29(8), 695–706.