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Scala di Borg: scala di percezione dello sforzo

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La scala di Borg (nota anche come scala RPE, acronimo del termine inglese Rating of Perceived Exertion) rappresenta un utile strumento per la valutazione della percezione dello sforzo1.

Questa scala di valutazione prende il nome dal suo creatore Gunnar Borg, il quale alla fine degli anni ’50 introdusse il concetto di percezione dello sforzo.

Oggi questo parametro viene ampiamente utilizzato per quantificare l’intensità dell’esercizio e per monitorare il carico globale di allenamento negli sport di endurance come ad esempio il triathlon e il ciclismo e per gli sport di squadra come il calcio e il rugby. Non bisogna, inoltre, dimenticarsi del ruolo importantissimo che gioca l’RPE nella prescrizione dell’intensità dell’esercizio nelle persone incorse in trapianto di cuore: infatti, l’American Heart Association ne raccomanda l’utilizzo in questa tipologia di pazienti.

Abbiamo finora parlato di scala di Borg utilizzando il singolare, tuttavia sarebbe più corretto parlare di scale di Borg, dal momento che non ne esiste una sola, ma negli anni ne sono state elaborate e proposte di diverse1. La prima a nascere fu la cosiddetta scala categorica 6 a 20 (denominata RPE scale), sviluppata negli anni ’60 dallo stesso Borg, il quale propose successivamente anche la Category Ratio 0-10 scale (CR-10) che, ad oggi, risulta essere quella più diffusa. Seguendo le orme del padre, Elisabet Borg, oggi docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Stoccolma, ha elaborato un’ulteriore scala di valutazione dello sforzo percepito: la Category Ratio 0-100 scale (CR-100), che si sta diffondendo negli ultimi anni e che probabilmente in futuro sarà quella utilizzata con maggior frequenza per ragioni che vedremo tra poco.

Prima però di aprire il sipario sulle varie scale di Borg che sono state proposte con il passare degli anni e sulle loro caratteristiche, è necessario fare un breve prologo sul modello psicobiologico della percezione dello sforzo.

La percezione dello sforzo: il modello psicobiologico

Cosa prevede questo modello? In buona sostanza è stato dimostrato scientificamente che un cervello stanco può avere un impatto sulle performance atletiche quasi uguale a quello dell’esaurimento muscolare.

Il primo a pubblicare osservazioni sull’impatto dell’affaticamento mentale sulle susseguenti prestazioni fisiche fu Angelo Mosso nel 1891, il quale riportò nel suo libro seminale sulla fatica che la resistenza muscolare di due suoi colleghi professori di fisiologia si era ridotta in seguito a lunghe lezioni ed esami orali11.

Ma che cos’è l’affaticamento mentale? Viene definito come uno stato psicobiologico causato da compiti cognitivi prolungati e caratterizzato da sensazioni soggettive di “stanchezza” e “mancanza di energia”. Esso limita la tolleranza all’esercizio negli esseri umani attraverso una maggiore percezione dello sforzo, piuttosto che attraverso meccanismi cardiorespiratori (es. aumento della frequenza cardiaca) e muscolo-energetici (es. accumulo del lattato).

Ergo, non possiamo spiegare la percezione dello sforzo basandoci su un modello legato unicamente alle afferenze provenienti da muscoli locomotori, cuore e polmoni (Afferent Feedback model of perceived exertion). Abbiamo bisogno di qualcosa che veda coinvolto il sistema nervoso centrale come parte attiva e non solo come elaboratore di informazioni provenienti dalla periferia. Ecco, dunque, che è stato introdotto il modello del Corollary Discharge of perceived exertion (o modello delle scariche corollarie). Secondo questo modello, quando viene prodotto un comando motorio, una sua copia (la scarica corollaria) viene inviata dalla corteccia motoria alla corteccia sensoriale dove viene generata la percezione dello sforzo. Un aumento dell’attività efferente provocherà un aumento del comando motorio, che a sua volta genererà per proprietà transitiva un aumento del sense of effort (o sensazione di fatica), e quindi un aumento della percezione dello sforzo.

Questi concetti ci suggeriscono che la fatica e il ruolo che essa svolge negli sport di endurance potrebbero essere principalmente nella nostra testa. Ecco, quindi, l’importanza delle scale di Borg nel quantificare queste sensazioni di sforzo che originano a livello centrale (aree pre-motorie e motorie) e che sono determinate dall’attività della scarica corollaria.

La Scala di Borg

Come detto sopra, si tratta di scale che si pongono l’obiettivo di quantificare la percezione dello sforzo, che è un parametro utile nel definire l’intensità dell’esercizio e gestire il carico globale dell’allenamento. 

Per arrivare al loro sviluppo, Borg sfruttò i principi della psicofisica. Questadisciplina è figlia del fisico tedesco Gustav Theodor Fechner (1801-1887), che nel suo libro Elemente der Psychophysik datato 1860 si pose l’obiettivo di misurare in maniera sperimentale il rapporto tra fenomeni psichici e fenomeni fisiologici. I principi emersi dagli studi di Fechner furono poi rivisti e rielaborati circa 100 anni dopo, intorno agli anni ’60 del secolo scorso, dallo psicologo statunitense Stanley Smith Stevens (1906-1973). Proprio a partire dagli studi sulla psicofisica di Stevens, Borg elaborò le sue scale.

La peculiarità di queste scale di valutazione è che sono costituite da un ancoraggio verbale, ossia a determinati valori numerici viene fatto corrispondere biunivocamente uno specifico aggettivo. Obiettivo: assegnare ad una percezione una misura quantitativa/numerica ben definita, e solo quella. Questa combinazione tra valori numerici e ancore verbali, sviluppata a partire da metodi psicofisici e precisi studi di semantica quantitativa, non è così per caso, quindi NON andrebbe mai modificata: non si modificano aggettivi, non si spostano, non si cambiano istruzioni. Anche quando si applica la scala in lingue diverse dall’inglese, data l’importanza delle parole per esprimere l’intensità di una percezione, occorre prima validare le traduzioni con metodi di cross cultural validation.

Scala RPE (Rating of Perceived Exertion)

Conosciuta anche come scala categorica 6-20, è la prima ed è stata sviluppata intorno agli anni ’60 dallo stesso Borg. Consiste in numeri e ancore verbali che crescono linearmente con l’intensità dell’esercizio, misurato tramite frequenza cardiaca e consumo di ossigeno. Il range numerico va da 6 a 20 e corrisponde in maniera approssimativa ad un range di frequenza cardiaca che va da 60 a 200 battiti al minuto. Il valore aggiunto di questa scala rispetto alle scale categoriche tradizionali è che associa alle ancore verbali dei valori numerici. Tuttavia, lo sforzo massimo percepito corrisponde al valore numerico 20, senza che ci sia la possibilità di dare un valore più alto: ciò può creare una sorta di effetto tetto (ceiling effect). Inoltre, in quanto scala ad intervalli, non ha uno 0 assoluto.

scala 6/20

Scala Borg CR10

Sviluppata successivamente sempre dallo stesso Borg la Category Ratio scale 0-10 ha sia i vantaggi delle scale categoriche (ancoraggi verbali), sia quelli delle scale a rapporti equivalenti (o ratio scale, che presentano uno 0 assoluto): da qui Category Ratio. È caratterizzata da un range che va da 0 (0 assoluto) a 10 (10 = “Massimo”, ossia sensazione di sforzo più alta mai percepita nella propria vita), con la possibilità, però, di dare un valore superiore. Il fatto che non ci sia un valore massimo assoluto fa sì che venga definita “scala aperta”: viene meno il ceiling effect di cui si parlava sopra.

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scala CR10

Scala Borg CR100

Sviluppata da Elisabet Borg, è anche definita scala centiMax1. Si sviluppa su una scala numerica che si presenta visivamente come un righello. Anche qui è presente uno 0 assoluto (possibilità di fare confronti) e un valore “Massimo” stavolta pari a 100, con la possibilità di dare un valore superiore (“scala aperta”). Ciò che rende la scala centiMax più fine rispetto alla CR10 è il fatto che possiede 67 opzioni numeriche contro le 17 della CR10.

Scala CR100

Come somministrare la scala di Borg?

  • La valutazione della percezione dello sforzo viene effettuata circa 30 minuti dopo la fine dell’allenamento, e non durante. Questo per evitare l’influenza dello sforzo più recente. È importante, quindi, definire il momento al quale ci riferiamo.
  • Chiarire in via preliminare cosa vogliamo valutare e perché (educazione del soggetto alla raccolta dati sulla percezione dello sforzo). Spiegare il significato degli estremi.
  • Scegliere prima i descrittori verbali e poi i valori numerici corrispondenti.
  • Non confondere la percezione dello sforzo con la percezione del dolore
  • Evitare la traduzione personale di scale e istruzioni per i motivi spiegati in precedenza.
  • Evitare luoghi e tempi inappropriati (interferenze) e garantire la privacy dei risultati. La somministrazione non va effettuata in gruppo, ma al singolo atleta per evitare il self presentation bias, ossia la proiezione di un’immagine positiva di sé davanti ad altri per “fare bella figura”.
  • Evitare di instillare la filosofia della verifica e sottolineare il fatto che non c’è una risposta giusta.

Per calcolare il carico di lavoro globale di allenamento (training load) occorre moltiplicare la durata (in minuti) della seduta di allenamento per il valore numerico emerso dalla somministrazione della scala18:

carico globale di allenamento = tempo di allenamento X intensità sforzo percepito alla CR10  

Conclusione

Le scale di Borg sono uno strumento:

  • semplice e veloce da utilizzare (se si seguono le istruzioni degli sviluppatori)
  • a costo 0
  • sostenuto e validato scientificamente

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