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Il talento, la pratica e la solitudine

Uno storico studio sui musicisti.

commento: lo studio fu uno studio accademico lunghissimo e serissimo. questa è una riproposizione molto semplificata e piu’ appetibile per la platea cui si rivolgono i miei articoli. Cio’ non toglie che quanto qui è scritto sia fondamentalmente vero e documentato e che vi sia una vasta letteratura sull’ esperienza ottimale applicabile ad ogni contesto. Tutti i top performers presentano queste caratteristiche sull’ applicarsi con intenzionalità ove il farlo rappresenta il vero successo ed il piacere del successo in ogni campo.

La pratica deliberata è qualcosa di profondamente diverso dal semplice allenamento: chiede una dose altissima di concentrazione e si focalizza non sul mantenere, ma sull’estendere costantemente le proprie capacità. Consiste nel continuare a forzare i propri limiti e nel lavorare in modo accanito sui punti deboli. Per riuscirci bisogna essere molto tenaci, molto esigenti e molto onesti con se stessi.


Davanti a risultati eccellenti in campo artistico, scientifico, sportivo, si ripropone la solita vecchia questione: è talento o esercizio? Geni si nasce o si diventa? Dobbiamo esserci portati o conta solo la perseveranza?

Un’idea che ha fatto breccia negli ultimi dieci anni è l’importanza della pratica deliberata. Il talento non esiste – dicono – chiunque può raggiungere risultati eccellenti con l’impegno e con la pratica, purchè sia di un certo tipo.

Addirittura è stata stimata la quantità di ore necessaria a diventare dei veri esperti: 10 mila ore di pratica. Insomma calcolando di esercitarsi una media di 6 ore al giorno per 365 giorni l’anno dovrebbero bastare meno di 5 anni per diventare eccellenti in qualsiasi campo. certo come dico sempre devono essere ore di qualità. Quindi qualità della quantità, potrei dire.

Queste idee esercitano senza dubbio un certo fascino. Se il talento non esiste o perlomeno non esiste nella maniera in cui ce lo rappresentiamo, allora siamo tutti uguali, abbiamo le stesse possibilità di diventare grandi nel nostro campo. Possiamo sognare medaglie olimpiche, premi nobel, teatri e stadi pieni di gente che aspetta solo noi…

Focalizzarsi sull’impegno, sulla pratica, sulla perseveranza non è sbagliato e certo rappresenta la mia filosofia guida. Sembrerebbe una cosa mediamente complessa ma è molto più complessa di quanto di possa pensare per le enormi implicazioni che ci sono nella gestione dei processi di attenzione e nel mumero di informazioni che il nostro cervello puo’ gestire . Avere una mente “essenziale” non è affatto semplice e anche su questo ci sono infinite ricerche fatte. Non vi viene la curiosità di sapere da dove vengono queste idee sulle 10000 ore? Da dove viene questa idea sull’inesistenza del talento? È davvero scientificamente dimostrato che con la pratica si può ottenere qualsiasi risultato? La musica pare dare la risposta!

Lei è Mao Asada, e’ stata campionessa mondiale di pattinaggio. Bastano 10mila ore di pratica?

I violinisti di Ericsson

Anders Ericsson è uno psicologo svedese famoso per i suoi studi sulla pratica deliberata. Una parte consistente della sua attività di ricerca l’ha dedicata a cercare di rispondere a questa domanda: come riescono i grandi a essere così bravi in quello che fanno?

Nel 1993 Ericsson assieme a due colleghi ha pubblicato i risultati di una ricerca che è diventata il principale punto di riferimento scientifico sull’argomento.

Gli psicologi sono andati a cercare le cavie per i loro esperimenti tra i giovani violinisti del prestigioso Conservatorio di Berlino (che all’epoca era Berlino ovest).
Con l’aiuto degli insegnanti del conservatorio hanno suddiviso i musicisti in tre gruppi:

  • il primo gruppo era formato dai migliori violinisti, quelli con le maggiori possibilità di avere una carriera nelle migliori orchestre internazionali
  • il secondo gruppo era formato da buoni violinisti, non eccellenti come quelli del primo gruppo ma comunque di ottimo livello
  • il terzo gruppo era formato dai violinisti con prestazioni inferiori, avviati alla carriera di insegnanti di violino (e non quindi di concertisti di alto livello).

L’obiettivo di Ericsson e dei suoi colleghi era cercare di capire cosa distingueva questi tre gruppi. Quanto tempo dedicavano alla musica? Come e quanto si esercitavano? Quanto avevano studiato in passato? Il gruppo dei migliori cosa aveva di diverso dagli altri?

Per scoprirlo studiarono le routine quotidiane presenti e passate dei giovani allievi del conservatorio.

Un primo risultato fu che tutti i violinisti trascorrevano la maggioranza del loro tempo facendo musica: si esercitavano – da soli o in compagnia – suonavano per divertimento, si esibivano in pubblico, prendevano e davano lezioni, studiavano o ascoltavano musica. Nel complesso tutte queste attività occupavano in media circa 50 ore a settimana. La musica era quindi la loro attività principale. Insomma nessuno di loro sognava di diventare un professionista del violino trascorrendo le giornate a caccia di farfalle.

La cosa interessante però è che non c’era alcuna differenza rilevante tra i gruppi: tutti dedicavano più o meno 50 ore alla settimana al violino, sia i più bravi che i meno bravi.

Dove stava allora la differenza?
Nel tipo di pratica.

Tra tutte le diverse attività di studio svolte dai giovani violinisti, una in particolare era considerata da loro stessi quella più importante per migliorare: esercitarsi da soli.

Suonare in compagnia, oppure esibirsi, o prendere lezioni, sono tutti modi per fare pratica. Ma nulla produceva miglioramenti come la pratica intenzionale, svolta in solitudine, con lo scopo preciso di lavorare sui propri limiti e di superarli.

Ed era proprio in questo tipo di pratica che i primi due gruppi – i violinisti eccellenti e quelli bravi – si distinguevano dal terzo gruppo. Infatti i giovani violinisti del primo e del secondo gruppo dedicavano allo studio del violino in solitudine circa 24 ore alla settimana; mentre i violinisti del terzo gruppo, quelli con prestazioni inferiori, solo 9 ore.

Una bella differenza quindi. Sufficiente a spiegare i differenti livelli di bravura raggiunti.
I più bravi erano quelli che occupavano più tempo nell’esercizio solitario.

Restava ancora da capire però cosa distingueva il primo dal secondo gruppo: entrambi dedicavano alla pratica deliberata in solitudine circa 24 ore alla settimana. Perché alcuni erano valutati come eccellenti e altri come molto bravi?

Ericsson e colleghi erano molto convinti che la pratica solitaria fosse la vera chiave per comprendere il tutto. Quindi fu sempre in quella direzione che andarono a cercare conferme. Chiesero infatti a tutti i violinisti di ricostruire il numero di ore di pratica solitaria che avevano accumulato a partire dal momento in cui avevano cominciato a suonare fino ai 18 anni di età (prima quindi di entrare al conservatorio).

I risultati di questa ricostruzione confermarono le ipotesi dei ricercatori: i violini eccellenti, a 18 anni avevano accumulato più di 7.400 ore di pratica in solitudine. I violisti molto bravi ne avevano messe assieme 5.300 e quelli del terzo gruppo, gli insegnati, solo 3.400.

Alla fine quindi, il numero di ore di pratica deliberata spiegava perfettamente le differenze tra i tre gruppi.

I violinisti più bravi di tutti erano quelli che nel corso degli anni avevano trascorso più tempo da soli, a tu per tu con il loro violino, con la precisa intenzione di esercitarsi per migliorare le loro capacità.

Non perdete di vista la parola intenzione. L’ intenzione la hanno in tanti ma è sottoposta a mille interferenze interne ed esterne.

Peak performance = Potenziale – Interferenze

A ulteriore conferma, gli psicologi studiarono un quarto gruppo di violinisti: professionisti di mezza età che già suonavano nelle più importanti orchestre a livello internazionale. Anche a loro fu chiesto di stimare il numero di ore di pratica in solitudine che erano arrivati a mettere assieme all’età di 18 anni, e il risultato fu estremamente simile a quello dei giovani violinisti eccellenti: 7.300 ore circa.

In sintesi – conclusero Ericsson e colleghi – l’elemento che spiegava il successo nel suonare il violino era questo: l’esercizio in solitudine. Il talento, secondo loro, non aveva alcuna influenza, né prima né dopo. A riuscire erano solo quelli che studiavano di più e nel modo giusto.

Il talento non esiste?

Gli studi di Ericsson e dei suoi colleghi sono stati presi spesso come punto di partenza per fare affermazioni un po’ tranchant.
Il talento non esiste, si è detto. Chiunque può raggiungere risultati eccellenti con la pratica e l’esercizio.

Insomma siamo tutti un po’ Einstein dentro? E se il nostro genio non è ancora emerso è solo perché ancora non ci siamo applicati abbastanza?

Citando Thomas Edison, uno dei più prolifici inventori di sempre:

Il genio è 1% ispirazione e 99% sudore

D’accordo senza dubbio sul sudore: difficile pensare di raggiungere buoni risultati senza applicazione ed esercizio.
Ma come la mettiamo con quel restante 1% di ispirazione, talento, guizzo, predisposizione naturale (chiamatelo come vi pare)? Esiste o no? È necessario o no per raggiungere prestazioni eccellenti?

Qualche dubbio in merito c’è, e la questione è tutt’altro che risolta.

Per esempio al Dipartimento di genetica dell’Università di Helsinki, dopo avere condotto numerosi studi sul DNA di alcune famiglie finlandesi, sono convinti che esista una vera e propria predisposizione genetica al talento musicale.

Le mani di un pianista

In ambito sportivo, è noto che esistono alcune varianti genetiche adesso pero’ molto ridimensionate che favoriscono le prestazioni atletiche di alto livello.

E anche l’intelligenza potrebbe avere una base ereditaria.

Affermare che il talento non esiste e che tutti possiamo raggiungere l’eccellenza in qualsiasi attività decidiamo di applicarci è forse un po forte ma certo io ho coniato il detto per cui:

” il talento rappresenta solo l’ ignoranza degli altri o nostra nel non saper spiegare una capacità che appare quindi predeterminata”.

Ma anche qui per adesso sorvoliamo.

Quindi è comunque sbagliato concludere che il destino sia già interamente scritto nei nostri geni e che quindi non possiamo fare niente per sviluppare le nostre capacità e raggiungere qualche successo.

La realtà è molto più complessa di come a volte la disegnano.

L’importanza della pratica deliberata

Ma torniamo da dove siamo partiti: la pratica deliberata.
Tutto quello che abbiamo detto fino qui dovrebbe farci concludere che serve a poco?

Tutt’altro.

Negli ultimi anni gli psicologi hanno fatto molte ricerche sull’argomento, e molte sembrano concludere che la pratica deliberata resta uno degli elementi chiave del successo, anche se non è sufficiente a spiegare tutto. Spiega quasi tutto.

Infatti anche a parità di ore di pratica ci sono pianisti, scacchisti, e atleti (tanto per fare degli esempi) più bravi di altri ma in fondo a me questi non interessano mentre mi interessa che ognuno possa essere in grado di esprimere quella pratica deliberata e che quindi possa essere campione di se stesso e cioè riuscire ad esprimere tutto il suo potenziale, non quello presunto del tipo “potrebbe fare di più”, quanto fare il massimo di cio’ che ci è possibile guidando i processi di attenzione e di quindi di apprendimento.

È evidente che entrano in gioco una serie infinita di subdoli fattori. Sono stato chiaro? Se non lo sono stato applicatevi di più. Sono in gioco tanti fattori: per esempio l’età nella quale cominciamo a impegnarci in una certa attività, ma anche la memoria, l’intelligenza, il modo con cui elaboriamo le informazioni, la gestione dell’ attenzione. Peraltro ritengo questa ultima cosa la vera sfida del futuro e anche l’ elemento fondamentale nel confronto con le INTELLIGENZE ARTIFICIALI. Credo che il nuovo razzismo sarà determinato da chi è capace di gestire i propri processi e chi no ove questi ultimi saranno destinati nonostante gli sforzi a soccombere. Questo è uno dei motivi che attualmente mi spingono ancora a diffondere. Prima di tutto autoconsapevolezza e autogestione e poi applicazione deliberata, intenzionale a cio per cui abbiamo passione per un motivo o per l’ altro.

Insomma, la formula per il successo deve essere raggiunta nel concetto di “l’ eccellenza come abitudine”. Aristotelico direi.
Il talento in qualche modo confusamente esiste, anche se ancora non ne sappiamo appunto dare una definizione precisa, la possiamo definire una scorciatoia esplicativa quindi può essere una trappola. Di una cosa possiamo essere, per fortuna, certi: senza la pratica, il talento, qualunque cosa sia, comunque non può emergere.

Quindi l’esortazione a rimboccarsi le maniche e a lavorare duro (qualità + quantità) mantiene intatta la sua validità. A patto che non ci mettiamo in testa di volere essere a tutti i costi il numero uno al mondo ma piuttosto il numero uno di se.

La pratica è essenziale per sviluppare in modo pieno il nostro potenziale, qualsiasi esso sia.


Non importa quanto grande sia il tuo talento. Il punto è: ti interessa portarlo al suo massimo sviluppo? Se la risposta è si, allora non c’è che una strada: la pratica.

Attenzione però che la pratica deliberata – quella che ti porta veramente a migliorare – non è una pratica qualsiasi.

Ricordi i violinisti di Ericsson? Tutti studiavano musica per 50 ore a settimana, ma i più bravi erano quelli che dedicavano il maggior numero di ore a un certo tipo di studio. Quello che Ericsson ha definito pratica deliberata :

La pratica deliberata è qualcosa di profondamente diverso dal semplice allenamento: chiede una dose altissima di concentrazione e si focalizza non sul mantenere, ma sull’estendere costantemente le proprie capacità. Consiste nel continuare a forzare i propri limiti e nel lavorare in modo accanito sui punti deboli. Per riuscirci bisogna essere molto tenaci, molto esigenti e molto onesti con se stessi.

È una sfida. Io per esempio ci provo a ogni articolo che scrivo, in ogni cosa che faccio. Ci metto passione e allo stesso tempo fatica quanto basta . Cerco sempre di non adagiarmi su quello che già so, sono curioso, cerco di sapere di più, di nuovo, di cercare continuamente la mia vera voce.


ci vediamo tra…. altre ….. 10mila ore

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