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CULTURAL INTELLIGENCE NEL CALCIO

“La cultura è la programmazione collettiva della mente che distingue i membri di un gruppo o di una categoria di persone dagli altri. E’ il software della mente”.
Geert Hofstede

Nei primi anni 80, la scienza della cultural intelligence fece sensibili passi in avanti, grazie agli studi dello psicologo olandese Hofstede, arrivato a dimostrare che “ci sono gruppi culturali nazionali e regionali che influenzano il comportamento di società e organizzazioni”. In particolare, riprendendo il lavoro di Edward T. Hall (La dimensione nascosta), Hofstede individuò 5 dimensioni necessarie per valutare ed affrontare le differenze culturali esistenti. Il passaggio dalle tipologie alle dimensioni permise di superare quello che era il grande limite di questa scienza: lo stereotipo.

Per definire il concetto di Cultural Intelligence (CQ il suo acronimo) abbiamo visto nei due capitoli precedenti che cosa si intende per culturale, soprattutto con riferimento alla cultura nel calcio. Affrontiamo, in breve, cosa intendiamo per intelligenza (QI).

Lo psicologo americano Howard Gardner,con la sua teoria delle intelligenze multiple, ha individuato 7 diversi tipi di intelligenza (Linguistico – verbale, visivo – spaziale, musicale, intrapersonale, interpersonale, cinestesica, logico – matematica).

Senza dover essere psicologi o sociologi, risulta evidente che eccezion fatta per l’intelligenza musicale, almeno quattro di queste forme di intelligenza hanno implicazioni dirette nel mondo del calcio e, due (quella linguistico – verbale e logico – matematica) indiretta ma con un grado di incidenza differente a seconda del ruolo occupato in una società calcistica.

Un altro tipo di intelligenza che ha un impatto diretto e forte nel calcio, è l’Intelligenza emotiva (EI), ovvero, “la capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni”, così come definita nel 1990 dai professori Salovey e Mayer nel loro articolo “Emotional intelligence”.

Torniamo ora a Hofstede, ai suoi studi, alle sue 5 dimensioni culturali, torniamo, cioè, alla Cultural Intelligence.
Se la premessa è quella di studiare “comportamenti nazionali e regionali che influenzano società e organizzazioni”, pare evidente che il calcio attuale, formato da organizzazioni multiculturali, club europei con proprietà asiatiche, arabe e anglo americane, squadre composte da calciatori di tutte le etnie del globo, non possa trascurare la scienza che studia i comportamenti culturali nazionali.

Muovendosi appena dentro al lavoro di Hofstede, la semplice sensazione di utilità della Cultural Intelligence applicata al calcio, diventa una certezza. E’ impossibile non rimarcare fin d’ora come la diversa maniera “culturale” di agire e reagire di fronte all’autorità, di comportarsi in gruppo, di affrontare gli orizzonti temporali o di gestire il rischio, siano tutti fattori che implicano conseguenze determinanti nella società civile calcistica. Arriveremmo quasi a pensare che i sondaggi IBM su cui sono basati gli studi di Hofstede siano stati effettuati su un campione di appartenenti al movimento calcistico.

Il mondo del calcio è tradizionalmente chiuso a qualunque tipo di innovazione, tecnologica o scientifica che possa essere. Ci sono voluti anni perchè venisse accettata una novità come la Goal line tecnology, arrivata nel calcio molto tempo dopo l’Instant replay del football americano o l’occhio di falco del tennis. Ciò che secondo la prospettiva etica è innovazione e progresso, secondo la prospettiva emica è contaminazione e profanazione. Non bisogna illudersi: la Cultural Intelligence farà nel calcio l’anticamera che hanno dovuto fare tutte le altre scienze, per essere all’inizio tollerate, poi accettate ed infine utilizzate a pieno regime.

Studiare le caratteristiche culturali di un gruppo non significa saper prevedere quale tipo di comportamento gli appartenenti a quel gruppo terranno in ogni occasione. Non bisogna nemmeno pensare che possa essere una chiave di lettura per avere un vantaggio competitivo nei confronti dei soggetti “interpretati”. La Cultural Intelligence, va pensata come fosse un’arte marziale giapponese, ossia un fantastico mezzo di autodifesa ma mai di offesa o attacco.

Naturalmente, non tutti i comportamenti umani sono riconducibili a fattori culturali e ambientali; la personalità, che ogni individuo possiede in maniera diversa, può determinare azioni, reazioni e comportamenti che sfuggono a una rilevanza regionale o nazionale. Il rapporto esistente fra personalità, cultura nazionale e natura umana viene magnificamente esemplificato dall’immagine dell’Iceberg, elaborata dal Professor David Livermore. La parte che emerge dell’iceberg è quello che noi immediatamente notiamo nell’individuo che abbiamo di fronte, la sua personalità individuale. Ma è la parte sotto la superficie dell’acqua ad essere preponderante pur non essendo immediatamente visibile. Nella metafora, sono proprio la natura umana (in minima parte) ma soprattutto la cultura nazionale, le parti sotto alla superficie dell’acqua. Forse è utile ricordare che accorgersi tardi della massa subacquea di un iceberg può essere molto dannoso…

Chiunque voglia lavorare nel mondo del calcio attuale, dovrà tenere presente che l’individuo con il quale interagisce, che sia un presidente, un preparatore atletico, un calciatore o un tifoso, può essere abituato a comportamenti diversi dai suoi anche nell’affrontare situazioni identiche. Affrontare un colloquio di lavoro con una società scandinava o una società statunitense può determinare criteri di valutazione per il candidato diametralmente opposti. Nel primo caso, sarebbe vista come una qualità positiva un’offerta di capacità di lavoro efficiente e pragmatico insieme ad uno stile di vita che non assorba completamente le energie del lavoratore. Nel secondo caso, in una società basata su abnegazione e livelli altissimi di competitività, come quella statunitense, la stessa offerta sarebbe vista come altamente negativa.

Valutiamo anche l’aspetto più tipicamente calcistico, ovvero la partita, nei due momenti del dopo e del prima. Culturalmente esistono soggetti preparati a spiegarsi una sconfitta con le cause di forza maggiore, altri con la mancanza di aiuto esterno ed altri con una completa assunzione di responsabilità personale. Cause, probabilmente tutte e tre presenti nella sconfitta, ma viste in maniera diversa a seconda della propria formazione culturale: la religione osservata, il cibo mangiato, l’educazione ricevuta e la lingua parlata.

E’ ancora culturale, infine, il modo di approcciare una partita. Nel suo splendido libro “Il sogno di Futbolandia” Jorge Valdano, racconta di come il viaggio in pullman dall’albergo allo stadio delle squadre italiane, sia quasi un avvenimento mistico per chi proviene da altri campionati e da altri paesi. In questo tragitto che dura circa trenta minuti, le squadre italiane stanno in rigoroso silenzio, “come in una veglia funebre”. Un comportamento normalissimo per chiunque abbia fin da bambino ricevuto questo tipo di imprinting, dove ridere e scherzare non solo non sarebbe consono ma sarebbe invece, assolutamente intollerabile e degno di pubblico rimprovero da parte di tutti. Comportamento bizzarro ai limiti dell’autolesionismo, per chi proviene da educazioni sudamericane, dove lo stesso identico viaggio viene vissuto cantando e strillando in gruppo. Vedremo in seguito come i canti sul pullman delle squadre africane abbiano una valenza ancora diversa da quella delle squadre sudamericane, rappresentando una forma di rito collettivo molto più che una maniera di caricarsi.

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